2 Aprile 2020

Le giornate trascorrono nell’eterno presente.

Mi alzo sempre più tardi con sempre meno energia, faccio sogni strani che mi fanno sorridere.

L’altra notte ero su un balcone di un piano alto di un palazzo. Arrivava un uomo credo su una macchina volante, mi chiedeva dei soldi. Non era un mendicante, ma un qualcosa di più simile a chi chiede le offerte in chiesa, quando da bambina mio papà mi metteva le 500 lire da infilare nel cestino. Mi guardo nelle tasche. Non ho soldi ma solo soprese dell’ovetto Kinder, gliele porgo. Ringrazia.

La mattina accendo la musica forte, eseguo gli esercizi dell’istruttrice pazza americana. Si chiama Kayla, ha i capelli castani e lunghi. Non mi sente ma io le parlo.

Quanti squat? 15

Burpees, salto la corda, addominali. Ma tu sei fuori di testa, Kayla, ho capito perché hai i muscoli così scolpiti- dico ad alta voce.

Dopo dieci minuti di musica dance e sudore, riprendo coscienza del mio corpo. Le endorfine iniziano a produrre effetti benefici che mi fanno sentire viva. Guardo il mio riflesso sul soffitto con le travi a vista. Ci sono, sono qui anche oggi. Ancora trenta minuti. Mi stanco, ma vado avanti.

Nelson Mandela correva sul posto per mezz’ora tutti i giorni quando stava in carcere. Io non sono in carcere. Io sono qui, nella mia casa. La ridefinisco, la osservo, sposto i libri, li spolvero. Rileggo, scrivo, preparo il set per le dirette di instagram. Oggi c’è il sole che entra dalla finestra, sarà più semplice .

La mattinata scorre in fretta, un giorno sì e un giorno no lavo i pavimenti. Faccio una lavatrice, sistemo la cucina. Pulisco la doccia a cui si sta staccando una porta.

Proprio adesso, mannaggia a te.

È un eterno presente, sì, dove le giornate si ripetono per lo più uguali, con le lancette dell’orologio che funzionano secondo regole diverse da quelle del “mondo di prima”.

Un eterno presente, con il cielo di Milano terso, le persone in coda nei supermercati con le mascherine, le videochiamate continue. Ho spesso il mal di testa. Qualcuno mi dice che è a causa degli schermi.

Un eterno presente che però cambia forma con velocità. Muta, dentro e fuori di noi. Le notizie si aggravano. Il virus si diffonde nel mondo. Appare inarrestabile e inafferrabile. I dati in Italia migliorano, ma con troppa lentezza.

Ormai è chiaro che nulla sarà come prima. Cosa sarà, non si sa. Chi saremo, non si sa.

Quando tutto questo finirà. Non si sa.

Quella “normalità” a cui saremmo voluti tornare è perduta e ora sta a noi definirne i contorni e i limite e capire da dove ripartire. Come cambiare in un mondo che certamente muterà modalità e strutture.

L’umanità si risveglierà migliore?

Diventeremo più buoni?

Finirà il capitalismo?

Supereremo la cultura del narcisismo?

Nessuno ha la risposta. Non ce l’hanno i capi dei governi, i medici, gli scienziati, i grandi economisti.

Non ce l’ho di certo io. Posso solo cercare di dare una forma a quello che succede dentro di me, cercando di acciuffare il mutamento degli stati d’animo. Analizzarlo, dargli una voce.

Lo scrittore svizzero Peter Bichsel, che ho sempre apprezzato perché amo la forma breve della scrittura, nella sua raccolta di elzeviri “Quando sapevamo aspettare”, con storie brevissime scritte nelle attese – aspettando i treni, il caffè al bar- definisce l’attesa come luogo ideale della concentrazione nella distrazione.

Che è una bella definizione di questo momento. In cui siamo in un presente rarefatto, dove dobbiamo stare, sì, ma nello stesso tempo attendere l’ignoto.

Mi sento concentrata e allo stesso tempo distratta.

Passo da momenti di forte creatività a situazioni in cui tutto si blocca e non riesco a fare nulla. Accendo una serie tv e non riesco ad entrare nella storia. Leggo una poesia, analizzo le parole, elaboro pensieri che poi dimentico poco dopo.

L’universo non ha un centro,
ma per abbracciarsi si fa cosí:
ci si avvicina lentamente
eppure senza motivo apparente,
poi allargando le braccia,
si mostra il disarmo delle ali,
e infine si svanisce,
insieme,
nello spazio di carità
tra te
e l’altro

Rivedo la copertina di questo libro di poesie di Chandra Livia Candiani “La bambina pugile ovvero La precisione dell’amore”..

Di lei sto leggendo Il silenzio è cosa viva, che è il suo racconto del suo rapporto con la meditazione. Chandra Candiani è una poetessa ma anche una traduttrice di testi buddhisti. Una donna che ha costruito nel silenzio la sua dimensione dell’esistenza.

Gli abbracci come spazi di carità. Gli abbracci come un territorio di benevolenza e incontro. Ora che non possiamo toccarci, ora che non ci possiamo abbracciare.

Ma in quello spazio invisibile tra me e gli altri c’è il significato, se mai si possa parlare di un senso, per me, di questo momento.

Che valore diamo agli altri?

Che valore hanno avuto gli altri per me?

Doveva salvarmi

Doveva volermi bene

Doveva aiutarmi

Mi ha lasciata sola

E io? Cosa facevo per salvare gli altri? Per non farli sentire soli? Per aiutarli?

Allungo le braccia e non posso toccare nessuno. Ma in questo spazio invisibile vedo tutto quello che ho sempre rimproverato agli altri: il mio egoismo.

I miei bisogni

La mia solitudine

I miei vuoti

Io.

Io.

Io.

Chiudo gli occhi. Ascolto il silenzio e provo a cambiare prospettiva

“Nessuno salva quella bambina spaurita”

Dice la mia psicoterapeuta. Possiamo solo accettare i nostri vuoti, guardarli, dargli una forma.

Quante volte avevo atteso che qualcuno colmasse i miei vuoti? Quante volte avevo provato rabbia verso chi non era in grado di offrirmi una cura?

E io quante volte avevo ignorato i segnali degli altri? Le richieste di aiuto? Quanti abbracci avevo lasciato sospesi quando potevamo ancora stringerci?

Cambiamenti di stato e nuove prospettive

Cambiamento di stato

“E quel che resta infatti da riferire prima di giungere al culmine della peste, mentre il flagello radunava le forze per scagliarle sulla città e impadronirsene una volta per tutte, sono i lunghi sforzi disperati e monotoni che alcuni individui, come Rambert, facevano ancora per ritrovare la felicità e sottrarre alla peste quella parte di se stessi che strenuamente difendevano. Era il loro modo di rifiutare l’asservimento che li minacciava e benchè all’apparenza quel rifiuto non fosse efficace” La peste- Albert Camus-

Al quindicesimo giorno è chiaro il cambiamento di stato.

Come quando studiavamo chimica al liceo. Stato solido-gassoso- liquido.

Fino a qualche giorno fa eravamo nello stato dell’attesa, una sospensione che però eravamo certi che ci avrebbe ributtato le nostre vite esattamente nello stato in cui eravamo prima.

Come quando schiacci “pausa” sul telecomando. Prepari una tisana, fai pipì e poi la serie tv riparte esattamente dal punto in cui l’avevamo lasciata.

Ci siamo lanciati in attività casalinghe con voracità ed entusiasmo. Abbiamo fatto torte (tutti tranne me..), steso la pasta della pizza (tutti tranne me), fatto sport (quello l’ho fatto anche io), abbiamo cercato di difendere, come i personaggi de La peste, quella parte di noi stessi che non volevamo in nessun modo lasciar andar via.

Intanto però le emozioni ci attraversavano: preoccupazione, ansia, paura.

Abbiamo visto le immagini scioccanti delle camionette militari che portavano fuori le salme da Bergamo. Abbiamo ascoltato le opinioni di cento virologi, duecento medici, opinionisti, giornalisti.

Ma i confini del problema ci sono sembrati sempre troppo confusi per essere compresi fino in fondo.

Siamo rimasti schiacciati dai numeri: contagiati, morti. Nessuno da peso ai guariti.

Abbiamo iniziato ad essere toccati da episodi vicini: l’amico dello zio, il vicino di casa, il padre di un mio amico del liceo.

“Aveva 65 anni. Stava bene. Faceva sport”

Mi dice mia madre al telefono. Lei di anni ne ha 62, come mio padre.

L’ansia assume uno stato solido quando il problema diventa qualcosa di estremamente vicino. Non è più un’idea, una notizia al telegiornale, ma un fatto.

Anche per mia madre, che ha sempre trovato nelle soluzioni pratiche il rimedio per l’angoscia.

Fare, mai lasciarsi andare. Igienizzare casa tutti i giorni, imparare a farsi le mascherine nel forno seguendo un tutorial su youtube. Chiudere mio padre nel suo studio “per fortuna deve lavorare”.

“Non è possibile dissolvere i timori sulle cose che per noi sono più importanti ignorando cosa sia la natura dell’universo e vivendo in sospettoso timore per i miti”

Scriveva Epicuro per cui le paure derivano dall’ignoranza.

La non conoscenza porta alla paura.

Noi siamo spaventati perché non capiamo fino in fondo cosa sta succedendo.

Sentiamo le notizie, leggiamo i titoli dei quotidiani. È un’emergenza sanitaria, sì. Ma  rimangono punti oscuri, confini labili, zone di non senso. E se chi si occupa di malattie e virologia non sa darci risposte, figurati cosa ne sappiamo noi, rinchiusi nelle nostre case.

22 Marzo 2020. Ho dovuto controllare sul cellulare, non ricordavo più la data di oggi.

È il giorno in cui in  Italia è stato chiuso tutto, anche le attività produttive, tutti gli uffici e gli studi professionali. Non ci possiamo più muovere se non per “motivi di comprovata necessità”.

Siamo immobili, ignoriamo il futuro e siamo travolti da un presente inaspettato.

Tutto è cambiato in un mese.

“Sono rimasta sopraffatta”

Dico alla mia psicanalista che mi incalza sui motivi delle mie paure

“Con me deve essere sincera, non è la versione di Marta che ce la fa, ma è Marta che prende consapevolezza delle sue paure”

Mi è venuta quella parola: sopraffatta. Dagli eventi, dalle emozioni, dalla situazione globale, dalla solitudine.

La sera che ho visto le immagini di Bergamo ho pianto.

Ho pianto per la città, per quegli esseri umani e le loro famiglie, per quello che ci sta succedendo e travolgendo. Ho pianto per me perché in quel momento non avrei voluto delle chiamate via skype, ma un abbraccio reale.

Qualcuno che stringendomi mi dicesse “Io ci sono, non sei sola”. Un silenzio condiviso.

“Sa a cosa dovrebbe pensare… ad Anna Frank e Nelson Mandela. Noi in questo momento siamo loro, con la differenza che non siamo in una cella, nel caso di Mandela, e non ci sono le SS pronte a spedirci in un campo di concentramento. Ma in questo momento siamo loro e non siamo sospesi, stiamo vivendo questo momento. Questo è il nostro presente”

E mi rendo conto che stavo sbagliando tutto. Quello che stiamo vivendo non è un momento di attesa, una sospensione.

Ma è la nostra vita.

La mia vita, il mio momento presente.

Chi sono io adesso?

Sono una donna di 35 anni che ha voglia di leggere libri di filosofia e psicoterapia. Che non vuole più immergersi nelle storie degli altri, forse perché si sente di vivere in un tale romanzo distopico che ha bisogno di una forma di realtà. Di punti di riferimento, spunti di riflessione.

Epicuro sviluppa la sua filosofia in un momento di crisi. È il IV secolo avanti Cristo. Lo splendore della Grecia classica è crollato, Filippo il Macedone ha conquistato la Grecia ed Alessandro Magno eredita e allarga il suo Impero.

La gente ha paura. Per la filosofia non è più il tempo delle dissertazioni ontologiche, ma di offrire aiuto e riparo alle persone.

“Vana è la parola di un filosofo, se non allevia qualche sofferenza umana”

Epicuro arriva da Samo e ad Atene e fonda la sua scuola in un Giardino, il luogo dove incontrarsi con gli amici, filosofare e, ripete spesso, ridere. Una scuola che si basa sulla conoscenza della natura, per sconfiggere le paure, e sulla ricerca della felicità.

La sua è una filosofia per tutti, perché tutti possono accedere alla filosofia, non come sosteneva Platone, una conoscenza esclusiva dei migliori, gli aristoi, gli aristocratici.

“se siamo felici abbiamo tutto ciò che ci occorre” diceva, e la felicità è per tutti.

E dove sta la felicità?

La felicità è nel piacere, ma non come abbiamo inteso poi, sbagliando, l’edonismo fine a stesso, gli eccessi, il culto del bello.

Il piacere per Epicuro è qualcosa che è molto più simile a quello che chiameremmo “essenziale”.

Ognuno di noi deve fare i conti con le cose che gli fanno bene e quelle che gli fanno male e ricercare le prime. Lui suggerisce, ma non obbliga – non è una religione, non ha dogmi, ognuno può prendere le misure sulle cose in relazione a se stesso-, ad una vita quanto più frugale possibile, perché di meno cose hai bisogno, più puoi raggiungere la felicità e allontanarti dalle inquietudini.

Il piacere è il bene completo e perfetto, ma non si tratta del piacere dei dissoluti; il piacere è invece “non avere dolore nel corpo né turbamento nell’animo”. La vita felice è il risultato di un “sobrio calcolo”. E’ per questo che, in chiusura della lettera- a Meneceo- Epicuro fa un elogio della prudenza, considerato il fondamento di tutte le virtù (laddove per virtù è da intendersi l’insieme dei comportamenti abituali capaci di darci stabilmente la felicità). La prudenza è infatti l’abitudine a contenere i desideri, e a valutare con cura le conseguenze delle nostre scelte, prevedendo un ampio margine di sicurezza, per evitare che da un bene abbia a derivare un male. In una sentenza Epicuro afferma: “Per ognuno dei desideri va posta questa domanda: che cosa mi accadrà se si realizza il mio desiderio, e che cosa se non si realizza ?”

E c’è una cosa ancora più interessante che dice Epicuro che in questi momenti dovrebbe farci riflettere…

“Il futuro non è interamente nelle nostre mani”

Ma in parte lo è. E invita a lasciare andare ciò che noi non possiamo controllare, mentre a focalizzarci su quello su cui possiamo avere il controllo.

Non possiamo prevedere gli sviluppi del contagio del Covid19. Non possiamo sapere per quanto tempo il mondo rimarrà chiuso in questa bolla. Non sappiamo quando riprenderemo ad uscire di casa, lavorare e viaggiare.

Però possiamo fare una cosa. Concentrarci su di noi e sui nostri desideri.

Nelson Mandela per 27 anni di carcere ogni giorno corre sul posto e poi studia e scrive e non smette di credere nelle sue idee.

Anna Frank conserva le sue momorie di ragazzina che saranno così preziose per tutti i ragazzini che verranno dopo di lei.

Noi siamo qui e abbiamo paura.

Paura della malattia

Paura del contagio

Paura per i nostri cari

Paura per noi

Paura per il nostro lavoro

Paura di poter pagare il mutuo

Paura di non farcela

Provo a fermarmi. Allontanare le paure. Concentrarmi su di me.

Cosa mi fa bene ora?

Scrivere

Cosa mi tiene lontana dalle inquietudini?

Sentire i miei amici e i miei genitori

Cosa mi fa sentire migliore?

Studiare e ripassare cose dimenticate.

Ecco. Questo è il mio nuovo stato nel presente. Forse non c’è una definizione per raccontarlo, ma esiste e sono io. Ora. Nel contagio.

Polvere

La polvere

Film: La polvere del tempo

Libri: La bussola d’oro

“I libri che esercitano l’influenza più grande e più vera sono quelli di narrativa. Non vincolano il lettore a un dogma, che in seguito potrebbe rivelarsi inaccurato né pretendono di impartirgli una lezione , della quale poi bisogna dimenticarsi. Essi non fanno che ripetere riformulare , chiarire la lezione della vita; ci svincolano dalla compagnia esclusiva del nostro io, ci obbligano a far conoscenza con altre persone e ci mostrano, non nel modo in cui potremmo vederla da soli, ma con un notevole slittamento di prospettiva, un’intera rete di esperienze- e quell’ego mostruoso e divorante , che è il nostro essere, viene, per una volta, messo in disparte”. Robert Louis Stevenson- L’arte della scrittura

Di fronte a me mentre sono seduta a scrivere, c’è la polvere. La polvere che entra in casa mia, la polvere che si ammassa sui miei libri.

Mi viene in mente il titolo dell’ultimo film del regista greco Theo Angelopoulos che si chiama La polvere del tempo in cui Bruno Ganz dice “è la polvere del tempo che cade su ogni cosa, su tutti noi, grandi e piccoli”. Non è il film più bello di uno dei più grandi registi del Novecento, che in un solo piano sequenza ha saputo raccontare il mondo dalla mitologia greca ai totalitarismi. Viaggio a Citera, Lo sguardo di Ulisse, L’eternità è un giorno sono i suoi film più riusciti, in cui la sua cinepresa è diventata davvero strumento di indagine della Storia, quella con la S maiuscola, quella che sconquassa le vite delle persone prima di alterare gli equilibri del mondo.

La polvere del tempo non è il suo film più bello, no, ma di certo è il suo film più sentimentale.

È un suo testamento, il tentativo di dare un senso a una carriera di un autore che ha cercato nel cinema un mezzo per darsi delle risposte.

La polvere del tempo si posa su tutto: le relazioni, le persone, ma anche la cattiveria, il male, il dolore e le guerre. La polvere del tempo ricopre il passato, lo edulcora, ci fa ricordare in positivo esperienze negative.

I miei ex fidanzati

I miei ex datori di lavoro

La Seconda Guerra Mondiale

Gli orrori del nazismo

Il mio timore oggi è che un giorno tutta questa ansia, questa paura, questo senso di sospensione sarà ricoperta di polvere. Non ce la ricorderemo più e ricominceremo a correre come se nulla fosse successo.

Una parentesi nella nostra vita.

Quella volta in cui per due mesi abbiamo ordinato solo cibo da asporto e non abbiamo potuto vedere i nostri amici. Quella volta in cui abbiamo passato le giornate a letto a vedere Netflix. Quella volta in cui mi sono sentito un eroe della nazione perché non ho messo piede fuori di casa per 720 ore consecutive.

Quella volta in cui ho capito  che in fondo mio marito non lo amavo più di tanto. Anzi, non lo sopportavo proprio.

La vicinanza forzata di certo non è un collante d’amore. Dopo l’emergenza coronavirus in Cina si è verificato un boom di divorzi. Inizio a pensare che ritrovarmi da sola a parlare con le pentole non sia poi così male. Anche se poi apro instagram e vedo foto di coppie abbracciate, che si sorreggono e sostengono, mentre io stappo una bottiglia di vino.

Casa mia è piena di polvere. Lo è sempre stata. Non ci posso fare niente. Il gene della casalinga perfetta che dalla mia bisavola è passato a mia nonna e poi a mia madre, con me ha saltato il turno.

Ci provo, ma non ci riesco. Da quando sono entrata in questa casa, che ho scelto come volevo io con la luce che entra dalle grandi finestre con un piccolo giardino, ce l’ho messa tutta per essere più ordinata, rigorosa, attenta. Ma non ho mai raggiunto l’obiettivo.

In questi giorni di eterno presente pulire è diventata una mia valvola di sfogo, il modo che ho per ritrovare connessione con l’ambiente che mi circonda: la mia casa.  Lavo i pavimenti con la stessa foga con cui mi infilo nella doccia anche due volte al giorno per lavarmi i capelli. Sconfiggo i batteri, i virus, i microbi e sento meno il peso del tempo.

Ora sono in piedi con uno straccio in mano e decido di svuotare la libreria. I miei libri mi hanno accompagnata da una casa all’altra riempiendo scatoloni e rimanendo silenziosi. Oggetti pazienti, che immobili aspettano di essere riaperti.

Voglio fare ordine, ritrovare quello che ho dimenticato. Mi ritrovo sommersa di polvere e di carta. Da parole che mi ero scordata di aver letto. Romanzi, saggi, pezzi di storia della letteratura, libri di cucina, gialli. In ognuno di loro cerco una fonte di ispirazione. In ognuno di loro cerco le parole giuste.

Mi capita in mano un libro che si è infilato nel mio bagaglio culturale e nella mia crescita ma senza che ci riponessi troppa attenzione.

Quando mi chiedono, quali sono i tuoi libri dell’infanzia? Rispondo: Piccole Donne, Orgoglio e Pregiudizi, la collana Mursia di romanzi con protagoniste orfanelle che diventano istitutrici che ho ereditato da mia mamma. Bianca Pitzorno. I Gaia Junior, la collana Mondadori con le coste lilla e storie di ragazzine coraggiose.

Ora che me lo ritrovo in mano, la memoria riaffiora all’improvviso e ricordo  quanto questo libro mi sia entrato nel cuore e nel cervello e mi abbia cambiato la prospettiva delle cose. Ed è un romanzo che parla di polvere.

Ho letto La Bussola d’oro di Philip Pullman quando è uscito e avevo 11 anni. Non faccio parte della generazione cresciuta col maghetto Harry Potter e non ho mai avuto una spiccata propensione per il fantasy. L’ho sempre trovato distante, nonostante abbia sempre riconosciuto il potere dell’epica, della lotta tra bene e male e tra chiaro e oscuro, che diventa metafora di passaggio dall’età dell’innocenza a quella adulta. Ma il fantasy “classico”, che identifichiamo per dargli un nome con quello “Tolkeniano” popolato da streghe, elfi, maghi e leggende non ha mai acceso l’unico potere che ti porta davvero a vivere una storia entrandoci con tutto il copro, la mente e le emozioni: il potere dell’immedesimazione.

Nel fantasy non mi sono mai immedesimata né, come invece mi è successo con la fantascienza o la distopia,  ho sentito di trarne motivo di entusiasmo e delle lezioni.

Mi sono dovuta ricredere però quando anche io, come molti, mi sono affezionata fino allo stordimento all’universo di Game of Thrones, in cui i draghi però buttano fuoco su un mondo fatto di intrighi politici in una grande allegoria delle derive più oscure del potere, in cui i personaggi vengono tratteggiati nella loro complessità e nel loro tentativo di muoversi perseguendo le proprie ragioni più o meno nobili- e per lo più egoistiche. La caratteristica principale di Game of Trones è che è un fantasy mascherato da saga storica, in cui è il realismo, non il senso di magico, il metro narrativo.

Dov’è Jon Snow, perché non viene a salvarci da quel grande Estraneo che è il Virus? Mi domando appoggiando lo straccio.

“Lyra è testarda, allegra schietta, leale ed eloquente. È anche selvatica e intrattabile e una bugiarda manipolatrice, occasionalmente stupida. Lyra possiede, in altre parole, una complessità di carattere e una debolezza tragica insolite in un’opera letteraria destinata ai bambini”. Lo scrittore Michael Chabon descrive così la protagonista della trilogia Queste oscure materie, che è composta da La bussola d’oro, La lama sottile e Il cannocchiale d’ambra. Questa ragazzina coraggiosa mi era entrata nella pelle. Volevo essere come lei, volevo anche io, come lei, avere un daimon, che è un’invenzione geniale di Pullman e metafora dai mille significati. Il daimon è il compagno inseparabile della vita di ogni essere umano, ha forma di animale ma è dotato di ragione e parola. Noi la chiameremmo anima. “Il legame con il daimon è fondamentale, essenziale, empatico e volte telepatico” continua Chabon. I daimon, nel mondo di Lyra, perché l’universo in cui si muove è popolato da mondi a cui si può accedere attraversando delle porte, possono cambiare forma di animale tutte le volte che vogliono quando si è bambini per poi stabilizzarsi quando si diventa adulti.

Lyra vive in un mondo fantastico governato da un regime teocratico dove le sue avventure si muovono al Jordan College di Oxford dove lei orfana ma nipote del potente Lord Asriel è cresciuta. Lord Asriel è intento a portare avanti oscure ricerche in merito ad una materia che al mondo governato da una teocrazia come quello di Lyra fa molta paura: la Polvere.

Le particelle di Polvere, che nel nostro mondo è Materia Oscura, sono dei pulviscoli che si appoggiano sugli esseri umani adulti e non sui bambini.

Alla Chiesa questa Polvere fa particolarmente paura perché identifica nei pulviscoli prodotti dalle aurore boreali il peccato originale.  Lyra tra streghe, incontri, avventure inizierà un viaggio, in compagnia dell’ateliometro, una bussola speciale in grado di dare risposte ad ogni domanda, tra i mondi alla ricerca della natura della Polvere in un mondo dove i bambini devono scappare perché vengono sacrificati- perché staccandoli dai loro daimon e dunque facendoli morire producono un’energia in grado di contrastarla- per combatterla. Una trama fitta e piena di rimandi alla scienza e alla fisica. Duemila pagine che, sfogliandole, ricordo a sprazzi. So di certo che ad un certo punto questa “Polvere” veniva ricollegata ad un’idea di consapevolezza. La polvere viene originata da una materia autoconsapevole ed è attratta dagli adulti perché in loro i corpi e le anime sono definiti. Nei bambini e negli adolescenti no.

Continuo a passare lo straccio. La polvere è lì, aspetta di essere rimossa. Là fuori il mondo crolla ma lei rimane qui, dentro, al sicuro.

Sorrido pensando che in fondo il fatto che la polvere non mi abbia mai dato così fastidio è stato grazie a questo libro, che è entrato nella mia vita ma me ne ero dimenticata.

La polvere della consapevolezza. La polvere che si appiccica sugli sguardi meno disincantati.

La polvere che altera i ricordi e li modifica. La polvere che contamina l’ambiente.

Ora sono ferma e posso levare la polvere. Dai libri, dagli scaffali, dalle mie spalle. Posso liberarmi, stando in attesa

Mascherina Fashion Week

Mascherina fashion week

Due sere fa ho aperto un vino buono. Un Nobile di Montepulciano del 2011. Una bottiglia “di pregio”.

L’unica bottiglia di pregio che abbia mai posseduto.

Non è stato un gesto programmato. Non toccavo un goccio di alcol da giorni.

Mi sono detta “festeggio la mia capacità di resistenza in cattività”.

Chissà perché uso questa parla, al posto di “clausura” o “gabbia” o “quarantena”, forse perché dentro di me continuo a sentirmi un animale selvatico.

Ero soddisfatta di me stessa. Del mio tenere duro.

Del  mio non angosciarmi troppo, occuparmi le giornate.

Organizzo dirette con gli scrittori ogni giorno alle 17 su Instagram, continuo a realizzare servizi per il programma per cui lavoro. Leggo libri di filosofia. Mi cambio i vestiti tutti i giorni. Mi trucco.

Accendo la tv solo alle 20 per vedere Mentana e Lilli Gruber, affronto la conferenza stampa della protezione civile con interesse e coraggio.

Faccio sport.

Stappo quella bottiglia che era destinata ad altro.

Quella bottiglia presa nella prima vacanza insieme, tanto tempo fa,  “per brindare a noi”.

Invece ero lì da sola sul divano a brindare a me stessa e al mio resistere nella tempesta silenziosa. L’eroina della pandemia e del pensiero positivo.

“A me”

Mi dico. Brava Marta.

Al terzo sorso inizio a ridere di fronte alle foto che mi capita di vedere su Instagram di foulard brandizzati da usare al posto delle mascherine.

Inizio a immaginarmi un futuro in cui questa sarà la normalità. Vivremo chiusi in casa e usciremo solo ricoperti di mascherine e guanti dai colori abbinati.

Alla Milano Fashion Week vedremo sfilare, rigorosamente a porte chiuse  e in streaming dal nostro divano, collezioni di tute e pigiami.

In effetti il pigiama “da sera” era già diventato un must, c’è chi l’ha messo addirittura sulla montèe de marche di Cannes. Che non si dica poi che la moda non anticipa i costumi.

Vivremo nelle nostre prigioni casalinghe dotate di tutti in comfort. Film in streaming, ogni tipo di cibo e prelibatezza direttamente a casa nostra.

“Tesoro, avrei tanta voglia di involtini coreani”

“Amore, ordino subito, io mi sa che mi sparo un bel pad thai. Salsa di soia?”

I cinema diventeranno dei musei antropologici che organizzeranno tour virtuali on line. “Guardate quando la gente si ammassava per vedere un film! Chissà quanti germi!”

Ventenni nerd appassionati di videogiochi svilupperanno ogni tipo di app.

Da quella per fare l’aperitivo con gli amici in videoconferenza (ah scusate, quella c’è già) a quella che ti permetterà di fingere di camminare in un parco.

Selezionare: Central Park, New York

                         St. Regent’s Park, Londra

                         Parco Sempione, Milano

Forse le relazioni diventeranno più semplici, impedendo vie d’uscita. Oppure ci rassegneremo all’individualismo. Vivremo tutti soli, organizzando appuntamenti ad hoc per ogni tipo di esigenza.

Selezionare: Cena elegante

                         Trombamico senza impegno, ma tante risate

                         Riproduzione

E ci incontreremo tenendo cartelle cliniche ed esami del sangue in mano. Anzi verrà organizzata una banca dati.

“No, mi spiace, hai avuto la varicella a cinque anni, non mi fido del tuo livello batteriologico”

“Ah no, mangi carne, non credo che le tue difese immunitarie siano sufficientemente sviluppate, preferisco non rischiare”.

Nella migliore delle ipotesi ricominceremo a leggere i libri. Ma di questo non ne sono così sicura.

Al terzo bicchiere mi immagino matrimoni in tute antivirali, con la sposa che invece che alzare il velo si abbassa la mascherina. Brividi.

Finito il bicchiere mi domando davvero se tutto questo non finirà mai. Se saremo costretti ad accogliere questo stato, davvero, come un nuovo presente. Forse potrà anche essere divertente, una volta che ci abitueremo.

Decido di riportare il Nobile di Montepulciano in cucina. Non perché non abbia più voglia di berlo, ma vorrei conservarlo per i giorni a venire.

Accendo la tv.

Le immagini delle camionette militari che portano le salme fuori dalla città di Bergamo stravolge la mia vista annebbiata.

La testa inizia a farmi male, ma non credo sia solo il vino.

Tutto inizia improvvisamente a crollare

Gli esercizi a casa seguendo la app della pazza psicopatica americana

Le interviste

Le cose che scrivo

Il rossetto

Difendere quello che si pensava di essere e il mondo in cui si pensava di vivere

Trattengo il respiro.

“Che cosa ti serve per tornare a respirare?” chiede Parker Posey a Joaquin Phoenix in Irrational Man di Woody Allen

“La voglia di tornare a respirare” risponde lui.

IL MONDO DI PRIMA

Il mondo di prima

Ce lo ripetevamo ogni volta.

Dobbiamo rallentare

Non possiamo andare avanti così

Il pianeta sta scoppiando

Noi stiamo scoppiando

Nessuno sta davvero bene

Matt Haig nel suo “Vita su un pianeta nervoso” scrive una frase tanto semplice quanto efficace “se il mondo moderno ci fa stare male, allora non ha importanza quello che abbiamo, perché stare male fa schifo. E stare male quando ci dicono che non ne abbiamo motivo, beh, fa ancora più schifo”.

Vivevamo- parlo al passato perché in questo isolamento sembra tutto lontano ed evanescente- in un mondo sovraccarico e sovrabbondante.

Tutto era veloce. Tutto nevrotico. Tutto globale. Schizofrenico, bombardato di informazioni, sull’orlo di una crisi di nervi che ora è esplosa.

Ce lo ripetevamo nei bar, in ufficio, al telefono. Dobbiamo fermarci, dobbiamo capire le nostre priorità.

Il mondo pullulava di persone in crisi con lavori in crisi, con relazioni in crisi per motivi inconsistenti (perché non legati a una reale questione di sopravvivenza) e connessi all’incertezza globale e generazionale.

“Perché mi lasci? Perché devo ritrovare me stesso”

Pubblicavamo foto di noi allegri e divertiti sui social, ma dentro fronteggiavamo ogni genere di problema.

La solitudine

Il lavoro

Il non sentirsi all’altezza

L’ansia

L’inadeguatezza

La perdita di controllo

Qualche mese fa, nell’agosto del 2019 su The Vision, leggevo una ricerca relativa al bornout, quello che in Italia chiamiamo “esaurimento nervoso”.

Secondo una ricerca di Assosalute l’85% degli italiani soffre di disturbi legati allo stress, mentre uno studio dell’Anxiety and Depression Association of America  ha rilevato che più di 40 milioni di statunitensi (circa 18% della popolazione) presenta sintomi riconducibili all’ansia. Questi numeri sono aggravati dall’incidenza potenziale della sindrome da burnout, che colpisce più facilmente chi soffre già di ansia, stress o depressione. Nel maggio 2019 l’Organizzazione mondiale della sanità ha classificato il burnout come “sindrome”, riconoscendone l’esistenza dopo decenni di studio. Secondo l’Oms, anche se non si tratta di una condizione medica, ha un livello di pericolosità tale da diventare una condizione cronica e difficilmente curabile”

Conosco più miei coetanei che hanno sofferto di bornout o qualcosa di simile che gente che è riuscita a rimanere con la stessa persona per più di cinque anni.

“Sai l’anno scorso sono crollato, ma con lo yoga sono riuscito a ritrovare un equilibrio”

“E cosa fai ora?”

“La stessa cosa che facevo prima, solo che ci ho aggiunto lo yoga, hashtanga però, che è quello più duro”

Non stavamo bene, ma non riuscivamo a fermarci. Avevamo troppi traguardi da inseguire e scadenze da rispettare.

Il burnout arriva quando concentri troppe energie, alzi troppo il ritmo, convogli tutta le tue fonti di gratificazione e soddisfazione verso qualcosa, il lavoro, che non può dartele. O per lo meno, non può farlo se ti dimentichi te stesso.

Arriva quando inizi a chiuderti in te e nei tuoi impegni. A dimenticarti di quello che ti sta intorno: gli amici, il tuo partner, divertirti, fare una passeggiata in mezzo agli alberi godendoti l’aria fresca.

In questo gioco la tecnologia non ha aiutato. Sempre connessi, eternamente reperibili, costantemente preoccupati.

Il mio capo che mi telefona ad ogni ora

Le mail a cui devo rispondere

Il progetto che non posso non consegnare entro domani

E in un contesto di lavoro estremamente precario e solitamente mal pagato, nemmeno la prospettiva di una gratificazione economica può alleviare lo stato di angoscia.

“Lavoro così tanto, ma riesco a malapena a pagare l’affitto e comprarmi dei cappotti su Asos”

Io non so se ho sofferto di burnout, so che al mio lavoro avevo dato tutto il mio tempo, la mia passione e la mia vita per molti anni. E come spesso accade ciò a cui più tieni poi ti delude.

Faccio parte di quella categoria di persone, chiamiamole “partite iva”, che vive di grandi pieni e di grandissimi vuoti. A ritmo alternato e irregolare.

Ho vissuto molti pieni dai miei 22 ai 33 anni. Poi ad un certo punto tutto si è bloccato. Rimanevo a casa ad aspettare una telefonata. Continuavo a sorridere ma più a fatica, rovesciavo su chi avevo vicino il peso della mia insoddisfazione. Facevo i conti per capire se sarei riuscita a pagare la ristrutturazione di una casa che avevo comprato quando ero convinta che sarebbe andato tutto bene.

Non va sempre tutto bene, questa è una lezione che ho imparato.

Certo, può sempre andare peggio, può arrivare una pandemia.

Per permettere , però, che le cose funzionino, in qualche modo, non devi lasciarti andare all’angoscia dell’attesa. Che è facile a dirsi, complicatissimo da mettere in atto.

Attendere una chiamata di lavoro può diventare un incubo, un’ossessione. L’unico tuo pensiero. L’unica ragione per cui ti alzi al mattino. E poi arriva la sera e quella chiamata non arriva e non puoi fare altro che andare a dormire per non riuscire a prendere sonno.

Sono diventata un’esperta di erbe per cadere in braccio a Morfeo più o meno placidamente.

Il mio preferito è un mix tra melatonina, passiflora e melissa, accompagnate da una bella tazza di camomilla.

Più aspetti, però, più impari ad aspettare. È una legge di sopravvivenza. O perisci di ansia, o impari a galleggiare. Io avevo galleggiato, andando incontro alle cose che mi facevano bene. Tornare alle mie passioni più pure, smetterla di rincorrere obiettivi che non erano più i miei, e le cose, piano piano, avevano ricominciato a rinascere.

Io intanto ero cambiata, senza possibilità di ritorno. Il lavoro non mi avrebbe mai più riavuta come mi ero concessa prima. Ho imparato a dire no a proposte e contesti in cui non mi sentivo accolta. Non ho più accettato lavori in cui non mi sentivo gratificata o non mi riconoscevo. Ho smesso di tollerare stati ansiogeni spropositati rispetto al contesto- siamo in tv, non in una sala operatoria-. Facendo pulizia fuori e dentro di me, avevo trovato una mia forma di equilibrio.

“Io voglio dire, in tutta serietà, che la fede nella virtù del lavoro provoca grandi mali nel mondo moderno, e che la strada per la felicità e la prosperità si trova invece in una diminuzione del lavoro”

Lo scrive Bertrand Russell ne “L’elogio dell’ozio”. Un libro che ho scaricato sul Kindle prima di un lungo viaggio aereo, non ricordo dove.

Russell in questa raccolta di saggi, pubblicata la prima volta nel 1935, critica la società moderna e la sua dedizione verso la tecnica e il lavoro, a suo parere, causa di frustrazione e sofferenza per la società. Propone che si lavori solo quattro ore al giorno e il resto del tempo lo si dedichi all’ozio, inteso alla maniera classica del termine, ovvero arricchimento dello spirito, cultura, apertura mentale. Quei “saperi inutili”, come li avrebbe soprannominati, che non “servono” a produrre ma ad arricchire lo spirito.

“Una popolazione che lavori poco, per essere felice deve essere istruita e l’istruzione deve tener conto delle gioie dello spirito, oltre che dell’utilità diretta del sapere scientifico”

Noi eravamo una società impazzita, fagocitata dalle tecnologie, costantemente in angoscia. Si viveva per apparire, sempre perfetti, sempre indaffarati, sempre sorridenti anche se probabilmente infelici. Ci eravamo nel frattempo dimenticati tutto il resto.

Ora siamo qui chiusi nelle nostre case. È stata dichiarata dalla Oms lo stato di pandemia.

L’angoscia, quella vera, sta spazzando via tutto.

Il nostro ego, le nostre certezze, le nostre ambizioni.

Però. Abbiamo del tempo. Più tempo di quello di prima. Un tempo impensabile da giocarci come vogliamo. In molti lavorano da casa travolti da sessioni di video chiamate e riunioni su skype in cui uno si parla sull’altro e non si capisce dove si va a parare ma per lo meno si passa del tempo.

Quel tempo che invece vorremmo o dovremmo convogliare verso altro.

Quel tempo che fino a qualche settimana fa avremmo definito “perso”, ma che invece ora è nostro e dobbiamo solo capire cosa farcene.

Quel tempo che è diventato ozio e di cui non sappiamo più cosa farcene.

Trovare una stanza (o un angolo, una scrivania, una sedia di fronte alla finestra) tutta per noi se non viviamo soli

Aprire un libro

Guardare un film degli anni ‘60

Spegnere i notiziari

Staccarci da internet

Staccarci dai pensieri

Respirare

Kronos e kairòs

L’equilibrio delle attese

Prima che arrivasse il Virus stavo scrivendo un romanzo.

Quando tutto mi era caduto addosso, Luca se n’era andato di casa ed elaboravo nuove strade per continuare il mio lavoro, mi sono detta “fai quello che hai sempre voluto fare”.

Avevo sette anni quando mia nonna nel giardino della nostra casa in Brianza mi chiese “cosa vuoi fare da grande”

Ricordo quella risposta come se fosse ieri. È strano come la nostra mente selezioni certi momenti dell’infanzia. Non ricordo il mio primo giorno di scuola, per esempio. O gli esami di quinta. Ma ricordo la mensa delle elementari e il senso profondo di perdita e tristezza quando se n’è andato mio nonno, mi rivedo bambina che percorro lo scivolo che porta nella sala urlante che odorava di minestrone. Mi ero detta “è un giorno come gli altri per tutti, tranne che per me”. La mia amica Barbara mi aveva preso la mano

 “Ma perché non piangi?”

“Perché sto pensando alle storie”. Anche se non era vero, anche se pensavo solo a mio nonno che non avrei mai più rivisto. Il suo naso grande, la voce calma, la sua passione per gli aperitivi al bar in centro, che non mi avrebbe lasciata mai. Volevo mostrarmi forte, volevo che quel dolore fosse solo mio.

Ero una bambina malinconica, solitaria e che si rifugiava nel suo mondo di fantasia non appena poteva. Giocavo con la mia ombra, scrivevo piéce teatrali che raccontavano di bambine coraggiose obbligando le mie compagne di classe a metterle in scena. Ridevo poco e parlavo ancora meno.

“Nonna voglio fare la scrittrice o qualcosa che abbia a che fare coi libri”

Non so per certo di aver usato in quel modo il congiuntivo, ma presupponiamo di sì.

Ho sempre voluto scrivere, come molte bambine sognavo di diventare Jo March con il gonnellone e la mano sporca di inchiostro, ma non ho mai saputo cosa.

Non era mai il momento giusto per sedermi su una sedia ed elaborare una trama. Ero troppo impegnata a prendere aerei, lavorare, inseguire amori.

Ad un certo punto mi ero rassegnata all’idea di non essere capace. “Non ho abbastanza fantasia” rispondeva Camilla Cederna quando le chiedevano “ma perché non scrive un romanzo?”.

Non avevo fantasia nemmeno io, mi dicevo, dimenticandomi che la fantasia va allenata.

Prima del virus avevo preso coraggio e avevo iniziato a scrivere trovando una forma di sollievo. La scrittura mi teneva concentrata, era come entrare in un Stargate che mi allontanava dai miei pensieri e dalla mia vita. Ora che ci penso, era la mia pausa.

Stavo scrivendo un romanzo su una ragazza di 35 anni che viene lasciata, non trova più soddisfazione nel suo lavoro e per tutta una serie di motivi si ritrova in montagna dove le succedono una serie di cose misteriose e divertenti.

Aveva un tono comico e allegro.

Quando l’emergenza ha travolto Milano a fine febbraio e hanno iniziato a chiudere bar e rallentare le nostre vite, mi ero detta “bene, avrò tempo per scrivere”.

A quell’epoca, che poi sono solo due settimane fa ma il senso del tempo è dilatato ormai, sembrava ancora tutto tranquillo. Avevamo l’impressione che presto la questione sarebbe rientrata, l’importante era mostrarci forti e capaci di affrontare e risolvere il problema il prima possibile.

“Del virus non ho paura, l’importante è non mollare, continuare a fare, produrre, esistere”

Non è stato così. Tutto è sprofondato velocemente, ad un ritmo che nessuno si sarebbe mai aspettato. Tutto all’improvviso è diventato fragile.

Ho provato a ributtarmi su quella storia ma non ne trovavo più il senso. Quelle risate, la spensieratezza, l’aria di montagna. Mi sembrava tutto lontano e irrecuperabile.

Mi sono arresa. Ancora una volta il mio sogno di bambina doveva aspettare.

“Te lo ricordi il kairòs?”

Mi scrive su whatsapp Maria, la mia amica filosofa.

Ci conosciamo relativamente da pochi anni, forse quattro, ma è tale il nostro grado di affiatamento che oggi una vita senza Maria non riuscirei nemmeno a immaginarmela.

Esistono quelle persone con cui si creano connessioni misteriose e straordinarie, le affinità elettive come diceva Goethe o, come interpreterebbero gli psicologi comportamentisti, possiamo dire di avere un quoziente di compatibilità molto alto. Sostanzialmente se ci sposassimo potremmo stare insieme tutta la vita quasi senza litigare.

Ci scriviamo tutti i giorni per tutto il giorno passando dal deprecare il comportamento dei maschi a commentare serie tv, mandarci GIF su Star Wars e Baby Yoda  o affrontare questioni globali come il cambiamento climatico.

Consiglio a tutti di avere un’amica filosofa perché è in grado ogni volta di ribaltare il tuo punto di vista. Offrirti uno spunto di ragionamento, mostrarti come la vita possa essere presa da migliaia di angoli che nemmeno eri in grado di immaginare.

Ma il suo vero superpotere è  la capacità di ascolto.

Maria ti ascolta, si immedesima e non dà mai un consiglio pensando ad un suo tornaconto personale.

Lei, insieme alla mia psicanalista e a Mrs Maisel, mi ha salvato la vita quando Luca se n’è andato di casa a ricercare se stesso.

Stava sveglia di notte per rispondere a miei messaggi disperati, mi ha aiutata a capire che la vita va avanti, qualunque cosa succeda.

Non me lo ricordavo il kairòs ad essere sincera. La parola mi suonava come qualcosa di conosciuto e che mi aveva affascinata ma le mie reminiscenze del liceo classico erano annebbiate.

“E’ il tempo opportuno”

Scarico dei libri, delle tesi universitarie. Rinfresco la memoria.

I greci avevano quattro termini per definire il concetto di tempo:

  • Kronos: il tempo logico e sequenziale
  • Kairos: il tempo nel mezzo
  • Aion: il tempo eterno
  • Eniautos: l’anno

Crono ce lo ricordiamo e conosciamo tutti. C’è un’opera straordinaria quanto angosciante e orrifica di Francisco Goya che rappresenta Crono (che per i romani sarà Saturno) che divora i suoi figli. Un’ opera oscura che fa parte delle “pitture nere” che l’artista realizzò sulle pareti di casa sua alla fine della sua vita. Crono era il Titano che regnava sul mondo, ma dato che gli venne predetto che uno dei suoi figli lo avrebbe detronizzato per sostituirsi a lui, decise di divorarli e nasconderli nel suo stomaco. Tra loro Zeus, che scatenerà la guerra che farà avverare la profezia, portandolo, al posto del padre, sulla vetta dell’Olimpo.

Se vogliamo leggere il mito interpretandolo, Crono è il tempo tiranno che ingurgita ciò che lui produce, ovvero gli attimi, che ci sono ma scompaiono in fretta. Goya quando dipinge ha 75 anni, è malato e dà sfogo nelle Pitture Nere alla sua anima e alle sue ossessioni. Non dipinge per il Re di Spagna, come ha fatto per tutta la vita, ma per se stesso, e, sebbene l’interpretazione non sia chiara (c’è chi vede una critica al Re di Spagna che manda i suoi figli a morire in guerra, chi invece un fatto personale, i figli di Goya erano tutti prematuramente scomparsi), lascia alla pittura uno dei suoi ultimi sfoghi. Il tempo passa e se ne va.

Kronos e kairòs, due modi per definire il tempo, ma nella storia del pensiero occidentale, solo il primo, la divinità più forte e più riconosciuta, è rimasto.

Ci sono psicologi che sostengono che il fatto che la società occidentale si sia dimenticata del significato del kairos, accogliendo solo quello di kronos, il tempo sequenziale, sia una delle maggiori ragioni delle nostre ansie.

Pensiamo solo al tempo che passa: al fatto che invecchieremo, all’essere in ritardo, al perdere tempo. Guardiamo le lancette che scorrono proiettandoci costantemente verso il futuro, agitandoci come il coniglio di Alice. Per noi il tempo è un passato che non c’è più, un futuro che non c’è ancora e un presente che sfugge. Lo diceva il mio professore di religione citando male Flaubert.

Il termine kairos ha radici antiche e appartiene alla tradizione poetico- tragica della Grecia arcaica, ovvero quel tempo in cui i greci ritenevano che le azioni degli umani erano da attribuirsi al volere degli dei (nell’Iliade e nell’Odissea, i personaggi non pensano né scelgono, ma operano per volere divino)

Kairos è il più giovane figlio di Zeus e personifica il “momento opportuno”.

Kairos è la grande occasione da celebrare, come fa il poeta Pindaro (avete presente i voli pindarici? Erano poesie scritte per celebrare le vittorie degli atleti negli agoni ad Atene) nei suoi “epinici”. Kairòs è il posto giusto in cui il poeta Esiodo mette, attraverso la poesia, le parole (il logos) per raccontare il mito nelle Teogonie.

“Il poeta, attraverso il poetare, ovvero attraverso la poiésis greca, struttura e mette al posto giusto (kairós) il lógos (verbo) grecamente esperito del mito: così il poeta Esiodo mise in versi, al posto che gli spettava, il mito fino ad allora oralmente tramandato” (Alessandro Botrè)

Poi arriva il VI secolo a.C. che segna l’inizio di quell’epoca che al liceo chiamiamo “Grecia classica”, quando nascono le polis, la democrazia  e la filosofia.

Gli uomini, grazie a Socrate, Platone e Aristotele, non vengono più concepiti come pupazzi maneggiati dal volere degli dei, ma esseri in grado di decidere, scegliere e soprattutto pensare. Non è più  un volere di Atena prendere per i capelli Achille per placare la sua ira di fronte ad Agamennone che non vuole lasciargli Briseide.

Gli uomini iniziano  a fare i conti con loro stessi, le loro pulsioni che contrastano i pensieri, le loro decisioni che non dipendono da altri che dalla loro mente.

Il termine kairòs assume nuove significati e diventa inscindibile dall’efficacia dell’azione umana, liberata dagli intenti divini.

Kairòs diventa così il tempo qualitativo. “Il tempo propizio da cogliere nella sua veloce instantaneità”.

È Aristotele nell’Etica Nicomachea a riflettere su questa parola, riprendendola dai poeti, ma  dandole un nuovo senso.

“Coloro che agiscono- scrive- devono tenere conto del kairos”

“Il bene (agathon), si dice kairos, in relazione al tempo”

Kairos è il tempo propizio che l’uomo può cogliere o mancare senza possibilità di appello.

Il momento opportuno in cui l’uomo, con la sua saggezza pratica, può decidere se agire o meno, ma se non lo fa è un’occasione mancata. Il bene diventa tale, se contestualizzato in un determinato frangente.

Kairos è l’occasione da cogliere ma non in quanto momento fortuito o fortunato. Il kairos è il tempo di per sé fatto da attimi ognuno dei quali può essere quello propizio se siamo capaci di agire.

Kairòs, il tempo giusto. Il presente propizio che va colto ed identificato.

Ogni attimo può essere propizio, se ne sai approfittare. Se ne riconosci le potenzialità.

Ma le parole mutano i loro significati del tempo, si trasformano e assumono nuovi connotati. A seconda del presente (degli attimi e dunque del kairos) in cui vengono usate.

Già a partire dal IV secolo, il concetto di kairòs è andato ad associarsi sempre di più a  quello che riconosciamo come “carpe diem”, cogliere l’attimo. Il momento giusto che la fortuna porta ma poi scappa via, come il ragazzino raffigurato da Lisippo nel IV secolo con i calzari con le ali. Come le poesie di Walt Whitman declamate in piedi sulla cattedra da Robin Williams.

Nel III secolo a.C., in un periodo storico più incerto e meno luminoso della grecia classica, Kairòs diventa il modo di scorgere l’opportunità quando tutto cade, una via per la rinascita quando tutto deflagra.

Nella cultura latina kairòs viene tradotto con “occasio”, occasione. Nel Nuovo testamento, viene usato dall’evangelista Matteo come il “tempo di Dio”.

Guardo le fragole accanto al mio pc e penso al mio professore di greco del liceo, che amava farsi le lampade quasi quanto Demostene, al tempo, al kairos, al susseguirsi di attimi, alle opportunità che si creano anche nelle crisi.

La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato

Diceva Albert Einstein in una frase che leggo tra i post di instagram.

Ho vissuto per troppo tempo aspettandomi l’attimo fuggente, quando in realtà quello di cui avevo bisogno era imparare ad apprezzare i singoli momenti che mi si piazzavano davanti.

Avevo sprecato troppe ore a programmare e immaginare il futuro, perdendomi il resto.

Quando sarò grande

Quando avrò tempo

Quando andremo in vacanza

Quando ci sposeremo

Quando guadagnerò di più

Quando mi dimostrerai che mi ami

E intanto il presente passava senza che nessuno se ne accorgesse. Facendo un viaggio e pensando a quello successivo, guardando una serie tv sul divano programmando gli impegni del giorno dopo.

Quando se n’è andato di casa Luca ha rotto un patto.

“Dovevi pensarci prima” gli ho detto tra le lacrime tante volte “avevamo un progetto”.

Non so da chi avevo imparato che una relazione matura lo è tanto quanto le due persone sono in grado di proiettarsi nel futuro insieme.

Ma dimentichiamo troppo spesso che il futuro non esiste, se non nella nostra immaginazione.

Ci hanno indotto a proiettare le nostre vite  su lunghe linee rette in cui si può solo andare avanti, rincorsi da Crono. E così anche quando si è in coppia.

“Per stare insieme bisogna imparare a costruire”. E compriamo case, facciamo mutui, organizziamo matrimoni, prenotiamo vacanze e facciamo figli. Apriamo conti in banca, impariamo a risparmiare, organizziamo giornate e weekend, ma non ci rendiamo conto della cosa più importante: il valore di ogni momento presente.

Ogni momento può essere il nostro kairòs.

Ogni momento può essere propizio e opportuno, se sappiamo affondarlo e viverlo.

Anche questa attesa.

Guardo il mio cactus, batto le dita sui tasti  e ascolto gli uccellini che si posano sulla mia pianta di nocciolo. La primavera arriva comunque, nonostante tutto.

“Ho scaricato due manuali di greco”

Scrivo a Maria

“Eh sì, hai ragione, come sempre. Cerchiamo il kairòs”

La domanda che mi faccio ora è: come posso rendere questo momento propizio? Come si può trasformare una situazione che ti coglie cadendoti addosso come un macigno, di cui non si capiscono i contorni, non si afferrano le tempistiche, che spaventa, preoccupa, non ti fa dormire, in qualcosa di “propizio”?

Forse sprofondando nell’attesa, cercando di capire il suo senso, sfruttando l’immobilità e il silenzio imposti per costringermi a non scappare dal pensiero.

Non so dove arriverà questo libro. Non so se lo finirò mai né se avrà una forma. Per ora è un regalo a me stessa, per tutte le volte che dovrò ancora vivere gli equilibri delle attese.

La vita vince sempre?

Questa che stiamo vivendo è una forma di attesa diversa da tutte quelle che abbiamo mai potuto provare.

Un’attesa imposta, determinata dal fato, dall’emergenza e dalla contingenza, che coinvolge tutti, anche chi continua a lavorare da casa e rimane connesso via skype tutto il giorno con i colleghi. Chi è da solo, chi ha una famiglia, chi ha parenti o amici malati. Chi sta bene, chi voleva mangiarsi il mondo e chi invece del mondo era stanco.

Un’enorme campana ci è caduta addosso e ha congelato la nostra quotidianità.

Dobbiamo fermarci, stare chiusi, aspettare.

È l’unica cosa fare per contenere il virus e poter poi andare avanti, lo abbiamo capito e assorbito.

 “Aspettare è un’imposizione. Eppure è l’unica cosa che ci fa percepire il logorio del tempo e ne fa conoscere le promesse”

Lo scrive la giornalista Andrea Kohler nel suo L’arte dell’attesa, un piccolo libro pieno di spunti che ha rappresentato per me una fonte di ispirazione, un appiglio in un momento in cui non sapevo come andare avanti.

Sentire il tempo, viverlo, entrarci in sintonia. Abbandonare i pensieri, non farsi fagocitare dall’ansia per un futuro incerto.

Fissare i piedi per terra e cercare di guardarsi dentro. Qualsiasi cosa “guardarsi dentro” significhi.

“You are so upbeat”

Mi dice Nadine parlandomi dalla sua casa in Jamaica.

Mi sono iscritta ad un corso  di inglese. Faccio lezioni online con insegnanti madrelingua quasi tutti i giorni, me lo ripetevo da sempre

“Quando avrò tempo, devo rinfrescare il mio inglese”.

Quelle cose che si dicono, come imparare a suonare in pianoforte, rileggere i classici, prendere una seconda laurea in storia, rivedere tutta la filmografia di Billy Wilder.

Nadine è una ragazza jamaicana che ha un marito e cinque figli.

Tra i vari insegnanti con cui sono entrata in contatto, lei è quella che mi offre maggiore positività. L’empatia è un fatto naturale, c’è chi ce l’ha e chi no. Lei senza dubbio sì e trasforma le lezioni in un momento di scambio non solo  per migliorare la mia grammatica.

Sto affidando a lei i miei pensieri su queste giornate provando a formularli in una lingua diversa dalla mia. Lavorare sulle parole è un modo per mettere alla prova la propria capacità di comunicazione, analizzare la forma del linguaggio, anche in un momento di crisi.

La parola upbeat non la conoscevo, lo confesso. Significa “ottimista”. Agli occhi di Nadine io ragazza di 35 anni reclusa nella propria casa in mezzo alla pandemia di Coronavirus senza nemmeno un gatto a cui pulire la lettiera, sono un’eroina del pensiero positivo.

“Fai esercizi fisici- le avevo raccontato che mi sono comprata dei pesi e uno step- lezioni di inglese, stai prendendo bene la situazione, ti ammiro”

Mi ammira. Non credevo di poter essere “ammirata” per il sistema di salvataggio che ho creato attorno a me stessa.

Su Instagram mi scrivono ragazze da ogni parte d’Italia ringraziandomi per la calma che infondo.

Forse sprofondare prima è servito a qualcosa. Forse semplicemente a capire che la vita, come dice Jeff Goldblum in Jurassic Park, vince sempre. Basta saper aspettare che trovi la sua nuova forma.

9 MARZO 2020

In queste giornate strane sto cercando in qualche modo di recuperare un senso.

9 Marzo 2020

Aspettare

Sono le 16.30 del pomeriggio, la luce entra nel mio loft dalle finestre e guardo le piante del mio giardino. È l’inizio di Marzo, sta per tornare la primavera, tra poco sbocceranno le margherite. E l’oleandro e la passiflora.

Io sono al computer a scrivere, come tutti i giorni, anche se è tutto diverso.

Sento la forza del silenzio, in una città dove tutto sempre e costantemente si muove, nevrotico, ingordo e ossessivo. Sento il peso dell’assenza, delle automobili, di chi corre per entrare in ufficio, degli showroom che si preparano al prossimo evento, delle ragazze sul tram che chattano sui social network, dell’ansia del dover fare che disegna il cielo di Milano come i fili del tram.

Percepisco il senso dell’attesa che si propaga, come il virus, per la città.

Tutto è immobile e congelato.

Tutto all’improvviso è diventato paura.

Il fatto è che avevo da poco ricominciato a muovermi. Alzarmi dal divano, smettere di guardare il soffitto piangendo un amore (l’ennesimo) perduto.

Avevo lottato, ancora una volta, contro la mia innata tendenza al lamento e all’autolesionismo.

Mi ha lasciata anche lui.

Non servo a nulla.

Ho 35 anni, non ho un compagno, non ho figli, ho un lavoro precario e sto iniziando a perdere le idee. Non posso fare altro che arrendermi.

Ma poi non lo avevo fatto, non mi ero arresa. Avevo fatto un viaggio in quel tempo che in questo momento mi sembra così lontano da non permettermi altro che usare il passato- ed erano solo tre mesi fa. Avevo ritrovato dentro di me e nei libri e nei film ancora un barlume di senso per non farmi crollare. Per ridarmi la forza di ricominciare a muovermi, a proporre, a scrivere, a raccontare.

Non sono crollata allora, mi dico, e non crollerò neanche adesso. Anche se tutto intorno sembra essere cambiato in maniera inesorabile.

Il Virus è arrivato e ha spazzato via quello che c’era prima. Nessuno sa quanto durerà, a cosa porterà, che mondo ci sarà là fuori domani.

Siamo immersi in una bolla. Nelle pagine di un romanzo di fantascienza. In un film degli anni ’90 senza Bruce Willis che viene a salvarci.

Se sopravviveremo  e la vita tornerà ad essere quella che conoscevamo prima, chissà quanti romanzi racconteranno questi giorni. Che racconteranno di come le città italiane si sono trasformate in un romanzo distopico.

Un mondo fatto di corrieri in biciletta che portano cibo e viveri a chi è costretto a rimanere in casa. Si lavora via skype, si seguono i concerti in diretta instagram dei cantanti famosi, ci si affoga nelle storie raccontate dalle serie tv. Non si può più godere di nulla. Delle strade, dei palazzi, dei monumenti, le chiese, i musei. Le mostre si guardano al computer con i tour virtuali. Il nostro cervello sa che le cose continuano ad esistere ma non possiamo più toccarle, vivere, sperimentarle.

Nel momento in cui scrivo ci sono ancora paesi che negano l’evidenza del problema. Che pensano che non toccherà a loro, perché le cose toccano sempre agli altri.

In questo momento negli ospedali di Milano i medici lottano per salvare le vite a più pazienti possibili. I casi aumentano giorno dopo giorno. Ogni giorno un pezzo delle nostre sicurezze viene eroso.  Tutto quello che contava prima sembra non contare più niente.

I film che incasseranno più al cinema

Le idee per un romanzo che non riesco mai a portare a termine

La firma di un contratto di lavoro

Sentirmi ingrassata

In quale ristorante cenare

Le ambizioni

I desideri

I follower su instagram

Avere paura di diventare povera

Avere paura di rimanere sola

Le strade sono vuote, i bar e i ristoranti sono chiusi. Quel rumore di fondo che chiamavamo “vita” è cessato.

Esco, vado al supermercato di fronte a casa, ho finito la carta igienica, ho bisogno di comprarmi dei gelati. C’è il sole, fa caldo, ma la strada è deserta. C’è una coppia di ragazzi stranieri credo dall’est Europa. Ci  guardiamo come marziani atterrati su un paese misterioso. Il paese che sta cercando di mettere pausa.

Non toccherà a me, toccherà agli altri, ci ripetiamo per sentirci al sicuro. Siamo giovani, stiamo bene, non è un nostro problema. Ma poi la situazione è precipitata. Non era vero che esistessero persone immuni, il Virus attacca tutti. Il Virus è un pericolo reale.

La paura ci si è attaccata addosso con la colla. Una paura mai provata da noi, generazioni che non hanno vissuto né fame né guerre che fino a due settimane fa viveva come unico rimpianto di aver scelto il paese sbagliato per andare in Erasmus.

Generazioni cresciute viaggiando, muovendosi, cambiando lavori e amori a un ritmo che non si era mai visto prima. Nuotando nelle liquidità dei rapporti, di lavoro e umani.

Abbiamo imparato a vivere così, correndo per raggiungere obiettivi da superare in velocità per poi sentirci nuovamente inadeguati.  

“Scusa sto correndo, non posso fermarmi a guardarti”

Stressati, isterici, mai soddisfatti, eternamente collegati, costantemente troppo stanchi. Mai giustamente retribuiti, ma pazienza, l’importante è fare fatica.

Ci siamo ritrovati così: enormi palle egotiche incapaci ormai più di incontrarsi davvero.

“Ti lascio perché devo ritrovare me stesso e il me stesso non prevede più il noi”.

Prima che succedesse tutto questo, prima del Virus, prima che fosse necessario chiudersi in casa, avevo iniziato una mia personale ricerca verso una calma che non avevo mai trovato.

Non è stata una questione di consapevolezza né di coraggio, ma di necessità.

I casi della vita mi avevano portata a fermarmi, non perché lo volessi ma perché non riuscivo a fare altro.

Avevo abbracciato la mia fallibilità, i miei limiti  e le mie fragilità. Avevo accettato che la vita non fosse altro che un continuo alternarsi di fasi, una ricerca di equilibrio continua tra attese e speranze, creazione di aspettative, perseguimento di obiettivi, illusioni e disillusioni. Avevo iniziato ad assaporare il benessere dello stare fermi per ritararsi. Come se avessimo un radar nella testa che ad un certo punto deve essere azzerato per ricominciare.

Però ho capito, ora mentre guardo il mio cactus immobile di fronte a me, che avevo sbagliato il punto di vista.

Avevo vissuto lo stare ferma come momento di ricarica. Una pausa isolata per poi riprendere la vita in mano agguantandola. Ricominciare a correre.

Adesso che tutto si è fermato intorno a me, capisco che bisogna andare oltre. Oltre le sessioni di mindfulness ritagliate tra un appuntamento e l’altro. Oltre le oasi di benessere che la società occidentale ci regala scimmiottando l’oriente e che viviamo come “rehab intellettuale ed emotivo”, una pausa da quella che comunque continuiamo a percepire come vita vera.

Bisogna imparare a riconsiderare il senso del tempo.

Liberarci, calmarci, ma non solo per riprendere il respiro.

“E’ strano- avevo detto alla mia psicanalista junghiana quando avevo deciso, due settimane dopo che Luca se n’era andato di casa, 5 mesi fa, di riprendere le sedute- non sento più la forza per fare niente. L’unica cosa che voglio è fermarmi”

“Lo accetti” mi aveva detto dietro agli occhiali rotondi, nello studio con la luce soffusa e il copridivano indiano.

“Non riesco più a reagire come ho sempre fatto, trovando alternative, continuando a muovermi”

Mi hanno insegnato a reagire sempre, su de doss diciamo noi al nord. Lo dice mia madre, lo dice mia nonna. Non c’è tempo per arrancare, non c’è tempo per bloccarsi. Domani è un altro giorno dice Rossella O’Hara.

Ma io ero bloccata e non potevo farci nulla.

Sprofondavo nel divano. Guardavo il soffitto. Perdevo il senso.

“Riparta da lei, cosa la identifica”

Non ho mai pensato a cosa mi identificasse. Una volta pensavo il mio lavoro. Ora no, non lo penso più. Ne ho cambiati così tanti da non sentire più una forma di definizione in quello che faccio.

Una volta ero la ragazza che parlava dei libri in tv.

Poi sono stata quella che faceva le interviste ai registi e agli attori di Hollywood.

Ma io, in tutto questo dov’ero?

“Forse sono le storie degli altri”

Le ho detto così, con la prima cosa che mi passava per la testa ma probabilmente quella più vera.

I libri, i film, le storie di personaggi reali e irreali. Era da lì che ero sempre partita e lì che sapevo che sarei tornata.

“Bene, ora è il momento che dalle storie degli altri inizi a vivere la sua”.

La sua sicurezza mi aveva rassicurata. Mi chiamo Marta, ho 35 anni, non ho mariti né figli, ho un lavoro precario, ma amo le storie degli altri e attraverso loro posso imparare a trovare la mia. Stando, per la prima volta nella mia vita, ferma.

“Niente è eterno. Ogni cosa è incompiuta  e la chiave sta nell’imparare ad accettare la vita come si presenta , con l’imperfezione, l’incompiutezza e l’impermanenza”

Lo dice il principio del wabi sabi, pilastro dell’estetica e della filosofia giapponese che consiste nell’apprezzare la bellezza dell’imperfezione. Accettare che tutto si muove, niente è mai perfetto. “Cerchiamo il successo, la felicità, la perfezione. Paghiamo la ricerca con lo stress e il fallimento con la depressione. E intanto ci perdiamo tutto il resto”.

Siamo esseri umani, grosse palle organiche ripiene di errori, sentimenti negativi, fallimenti, paure. Ma sappiamo anche essere coraggiosi, intelligenti, sappiamo amare e fare del bene. Viviamo di cicli continui, saltellando dal passato al presente a volte non rendendocene nemmeno conto. A volte, la maggior parte, non riuscendo a staccarci dal primo per vivere davvero il secondo. Non sappiamo perdonare gli altri, ma soprattutto, non riusciamo a perdonare noi stessi.

Il wabi sabi mi ha conquistata subito dalla prima volta che ho visto per caso un libro con la copertina arancione che ha attirato il mio sguardo in libreria. Mi ha conquistata perché non predica soluzioni, ti insegna a porre attenzione al presente, di qualsiasi forma esso sia e ad accettarlo per quello che è. Abbracciando quello che succede, cercando di dargli una forma. Niente è davvero positivo come nulla è definitivamente negativo. La rabbia, l’ansia, la paura, sono i motori che ci portano a muoverci. Sono sentimenti negativi? Sì. Ma ci indirizzano, se non ci facciamo schiacciare, verso i nostri desideri più profondi. Nemmeno i desideri sono realmente positivi di per sé se diventano ossessioni e fonti di frustrazione. Anche i desideri, come le ambizioni, dobbiamo imparare a lasciarle andare se ci rendiamo conto che la nostra vita è cambiata, è andata avanti  e quei desideri che avevamo un tempo, oggi, non hanno più valore.

Midge Maisel è la protagonista di The Marvelous Mrs Maisel, la serie tv che, insieme alla mia analista, mi ha riportata alla vita in quelle giornate in cui riuscivo solo a guardare il soffitto e pensare all’amore e al lavoro perduti. È una donna imperfetta che viene lasciata dal marito Joel che “deve ritrovare se stesso” nell’amore con una donna più semplice di sua moglie, la sua segretaria. Midge viene lasciata. Viene messa in una situazione di attesa a cui lei reagisce andandosi ad ubriacare in un bar, salendo su un palco e dando sfogo davanti ad un microfono delle sue sofferenze. Da quel punto, senza che lei lo capisca immediatamente, ma ci vorrà lo zampino dell’irresistibile Susie, la sua manager, i suoi desideri diventano altri. Non vuole più essere la moglie perfetta dell’upper west side che sta a casa a cucinare il tacchino e asseconda i sogni di gloria di un marito mediocre, ma vuole diventare una star della comicità.

Quando lui torna, una prima volta, lei dice “No”, perché “you left”, lui ha mollato, non solo lei, ma un progetto che avevano insieme. Quando sarà lei a voler tornare con lui, ma intanto la sua carriera è progredita, sarà lui a non volerla perché l’ha vista sul palco in tutta la sua scintillante comicità in  dresscode perfetto. È brava. Più brava di lui.

Anche lui sarebbe voluto diventare una star della comicità, ma non ne ha le capacità. Lei sì. Lei può diventare una stella, non lui. È stata la rottura del matrimonio, la distruzione dei suoi schemi, il  crollo di quella che lei pensava essere una vita perfetta che l’ha portata ad essere quella che veramente voleva essere.

Wabi sabi.

È il 9 Marzo 2020, il giorno in cui tutta l’Italia è stata messa in quarantena per prevenire gli effetti del Coronavirus. Non sappiamo cosa succederà, né quanto durerà questa situazione. Gli ospedali lombardi stanno vivendo un’emergenza sanitaria come mai prima. Le foto di donne e uomini in camice sostituiscono, sui social network, quelle degli influencer che pubblicizzano brand, eventi, luoghi dove svagarsi. Anche loro, gli influencer, che fino a ieri predicavano la filosofia del successo, portando le loro vite ad esempio di massima fonte di soddisfazione, raccontano le loro paure. Mostrano, in alcuni casi per la prima volta, le loro fragilità.

Io sono qui a casa, da sola. La solitudine, quella vera, ti batte nella testa come un tamburo quando pensi che non c’è nessuno, oltre alla tua famiglia d’origine a cui la tua vita importi davvero.  

Uso molto instagram. Condivido consigli di lettura e visioni di film in queste giornate strane.

C’è paura, c’è ansia. C’è timore dell’ignoto. C’è voglia di buttarsi in un libro perché forse lì si troveranno risposte oltre che una fonte di distrazione.

“Fermarsi è un nuovo inizio”. Mi dice la mia psicoterapeuta via Skype, è la prima volta che ci incontriamo così.

“Ma per andare verso dove?”

Domando io

“Per capire dove andare bisogna dare valore al fermarsi per metterci in connessione con i nostri desideri”.

Fermarsi, bloccarsi, stare in silenzio. Capire i nostri desideri.

Penso che non mi meritavo che il mondo mi facesse ribloccare di nuovo. Penso che il karma mi si stia rivoltando ancora una volta contro, che non ne uscirò mai fuori. Mi autocommisero, mi do della poveretta.

Ma poi mi dico, wabi sabi.

“Fermarsi significa fare i conti con quello che resta” mi dice ancora nello schermo del telefono, con un’inquadratura che le mostra solo il naso e le ciocche di capelli biondi.

È una delle sue frasi preferite, me l’aveva già ripetuta altre volte.

Cosa resta. Resto io. Cosa mi manca. Tutto.

Mi mancano gli abbracci

Mi manca ridere con le mie amiche

Mi manca litigare con il mio fidanzato perché sono sempre io quella che deve sistemare la cucina

Mi manca passeggiare per strada guardando le case di Milano

Infilarmi la musica nelle orecchie per non pensare più

Attraversare il naviglio

Organizzare una cena con gli amici, quando nessuno ha voglia di uscire ma poi di colpo si fanno le due di notte e nessuno vuole tornare a casa

Sedermi a un tavolo di un bar

Guardare la gente che entra

Ascoltare le conversazioni degli altri

Entrare in libreria

Andare al cinema e abbandonarmi ad una storia

Sentire il calore umano addosso

Il sudore

Gli odori

Il caos del mondo

Mi manca tutto ma è forse creando il vuoto che si può capire quello che davvero ci serve. O almeno così mi sembra di aver letto da qualche parte.

Io di certo al momento sono vuota. Sola e vuota. Seduta sulla mia scrivania ricoperta di libri che vorrei rileggere.

Però resto. E sono io.

Provo a fare uno sforzo: accogliere il presente. E il mio presente è quello di una donna che si ferma in un mondo che si ferma. Che si rifugia nella tecnologia: i social network, lo smart working, le relazioni digitali che sono diventate loro, ora, l’unico nostro salvagente.

Proviamo a partire da qui. Dal valore dell’arresto. Dal peso del silenzio. Dagli equilibri che si formano nelle attese.  E vediamo dove ci porta.