La vita vince sempre?

Questa che stiamo vivendo è una forma di attesa diversa da tutte quelle che abbiamo mai potuto provare.

Un’attesa imposta, determinata dal fato, dall’emergenza e dalla contingenza, che coinvolge tutti, anche chi continua a lavorare da casa e rimane connesso via skype tutto il giorno con i colleghi. Chi è da solo, chi ha una famiglia, chi ha parenti o amici malati. Chi sta bene, chi voleva mangiarsi il mondo e chi invece del mondo era stanco.

Un’enorme campana ci è caduta addosso e ha congelato la nostra quotidianità.

Dobbiamo fermarci, stare chiusi, aspettare.

È l’unica cosa fare per contenere il virus e poter poi andare avanti, lo abbiamo capito e assorbito.

 “Aspettare è un’imposizione. Eppure è l’unica cosa che ci fa percepire il logorio del tempo e ne fa conoscere le promesse”

Lo scrive la giornalista Andrea Kohler nel suo L’arte dell’attesa, un piccolo libro pieno di spunti che ha rappresentato per me una fonte di ispirazione, un appiglio in un momento in cui non sapevo come andare avanti.

Sentire il tempo, viverlo, entrarci in sintonia. Abbandonare i pensieri, non farsi fagocitare dall’ansia per un futuro incerto.

Fissare i piedi per terra e cercare di guardarsi dentro. Qualsiasi cosa “guardarsi dentro” significhi.

“You are so upbeat”

Mi dice Nadine parlandomi dalla sua casa in Jamaica.

Mi sono iscritta ad un corso  di inglese. Faccio lezioni online con insegnanti madrelingua quasi tutti i giorni, me lo ripetevo da sempre

“Quando avrò tempo, devo rinfrescare il mio inglese”.

Quelle cose che si dicono, come imparare a suonare in pianoforte, rileggere i classici, prendere una seconda laurea in storia, rivedere tutta la filmografia di Billy Wilder.

Nadine è una ragazza jamaicana che ha un marito e cinque figli.

Tra i vari insegnanti con cui sono entrata in contatto, lei è quella che mi offre maggiore positività. L’empatia è un fatto naturale, c’è chi ce l’ha e chi no. Lei senza dubbio sì e trasforma le lezioni in un momento di scambio non solo  per migliorare la mia grammatica.

Sto affidando a lei i miei pensieri su queste giornate provando a formularli in una lingua diversa dalla mia. Lavorare sulle parole è un modo per mettere alla prova la propria capacità di comunicazione, analizzare la forma del linguaggio, anche in un momento di crisi.

La parola upbeat non la conoscevo, lo confesso. Significa “ottimista”. Agli occhi di Nadine io ragazza di 35 anni reclusa nella propria casa in mezzo alla pandemia di Coronavirus senza nemmeno un gatto a cui pulire la lettiera, sono un’eroina del pensiero positivo.

“Fai esercizi fisici- le avevo raccontato che mi sono comprata dei pesi e uno step- lezioni di inglese, stai prendendo bene la situazione, ti ammiro”

Mi ammira. Non credevo di poter essere “ammirata” per il sistema di salvataggio che ho creato attorno a me stessa.

Su Instagram mi scrivono ragazze da ogni parte d’Italia ringraziandomi per la calma che infondo.

Forse sprofondare prima è servito a qualcosa. Forse semplicemente a capire che la vita, come dice Jeff Goldblum in Jurassic Park, vince sempre. Basta saper aspettare che trovi la sua nuova forma.

Autore: Marta Perego

Giornalista, lettrice, curiosa

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