IL MONDO DI PRIMA

Il mondo di prima

Ce lo ripetevamo ogni volta.

Dobbiamo rallentare

Non possiamo andare avanti così

Il pianeta sta scoppiando

Noi stiamo scoppiando

Nessuno sta davvero bene

Matt Haig nel suo “Vita su un pianeta nervoso” scrive una frase tanto semplice quanto efficace “se il mondo moderno ci fa stare male, allora non ha importanza quello che abbiamo, perché stare male fa schifo. E stare male quando ci dicono che non ne abbiamo motivo, beh, fa ancora più schifo”.

Vivevamo- parlo al passato perché in questo isolamento sembra tutto lontano ed evanescente- in un mondo sovraccarico e sovrabbondante.

Tutto era veloce. Tutto nevrotico. Tutto globale. Schizofrenico, bombardato di informazioni, sull’orlo di una crisi di nervi che ora è esplosa.

Ce lo ripetevamo nei bar, in ufficio, al telefono. Dobbiamo fermarci, dobbiamo capire le nostre priorità.

Il mondo pullulava di persone in crisi con lavori in crisi, con relazioni in crisi per motivi inconsistenti (perché non legati a una reale questione di sopravvivenza) e connessi all’incertezza globale e generazionale.

“Perché mi lasci? Perché devo ritrovare me stesso”

Pubblicavamo foto di noi allegri e divertiti sui social, ma dentro fronteggiavamo ogni genere di problema.

La solitudine

Il lavoro

Il non sentirsi all’altezza

L’ansia

L’inadeguatezza

La perdita di controllo

Qualche mese fa, nell’agosto del 2019 su The Vision, leggevo una ricerca relativa al bornout, quello che in Italia chiamiamo “esaurimento nervoso”.

Secondo una ricerca di Assosalute l’85% degli italiani soffre di disturbi legati allo stress, mentre uno studio dell’Anxiety and Depression Association of America  ha rilevato che più di 40 milioni di statunitensi (circa 18% della popolazione) presenta sintomi riconducibili all’ansia. Questi numeri sono aggravati dall’incidenza potenziale della sindrome da burnout, che colpisce più facilmente chi soffre già di ansia, stress o depressione. Nel maggio 2019 l’Organizzazione mondiale della sanità ha classificato il burnout come “sindrome”, riconoscendone l’esistenza dopo decenni di studio. Secondo l’Oms, anche se non si tratta di una condizione medica, ha un livello di pericolosità tale da diventare una condizione cronica e difficilmente curabile”

Conosco più miei coetanei che hanno sofferto di bornout o qualcosa di simile che gente che è riuscita a rimanere con la stessa persona per più di cinque anni.

“Sai l’anno scorso sono crollato, ma con lo yoga sono riuscito a ritrovare un equilibrio”

“E cosa fai ora?”

“La stessa cosa che facevo prima, solo che ci ho aggiunto lo yoga, hashtanga però, che è quello più duro”

Non stavamo bene, ma non riuscivamo a fermarci. Avevamo troppi traguardi da inseguire e scadenze da rispettare.

Il burnout arriva quando concentri troppe energie, alzi troppo il ritmo, convogli tutta le tue fonti di gratificazione e soddisfazione verso qualcosa, il lavoro, che non può dartele. O per lo meno, non può farlo se ti dimentichi te stesso.

Arriva quando inizi a chiuderti in te e nei tuoi impegni. A dimenticarti di quello che ti sta intorno: gli amici, il tuo partner, divertirti, fare una passeggiata in mezzo agli alberi godendoti l’aria fresca.

In questo gioco la tecnologia non ha aiutato. Sempre connessi, eternamente reperibili, costantemente preoccupati.

Il mio capo che mi telefona ad ogni ora

Le mail a cui devo rispondere

Il progetto che non posso non consegnare entro domani

E in un contesto di lavoro estremamente precario e solitamente mal pagato, nemmeno la prospettiva di una gratificazione economica può alleviare lo stato di angoscia.

“Lavoro così tanto, ma riesco a malapena a pagare l’affitto e comprarmi dei cappotti su Asos”

Io non so se ho sofferto di burnout, so che al mio lavoro avevo dato tutto il mio tempo, la mia passione e la mia vita per molti anni. E come spesso accade ciò a cui più tieni poi ti delude.

Faccio parte di quella categoria di persone, chiamiamole “partite iva”, che vive di grandi pieni e di grandissimi vuoti. A ritmo alternato e irregolare.

Ho vissuto molti pieni dai miei 22 ai 33 anni. Poi ad un certo punto tutto si è bloccato. Rimanevo a casa ad aspettare una telefonata. Continuavo a sorridere ma più a fatica, rovesciavo su chi avevo vicino il peso della mia insoddisfazione. Facevo i conti per capire se sarei riuscita a pagare la ristrutturazione di una casa che avevo comprato quando ero convinta che sarebbe andato tutto bene.

Non va sempre tutto bene, questa è una lezione che ho imparato.

Certo, può sempre andare peggio, può arrivare una pandemia.

Per permettere , però, che le cose funzionino, in qualche modo, non devi lasciarti andare all’angoscia dell’attesa. Che è facile a dirsi, complicatissimo da mettere in atto.

Attendere una chiamata di lavoro può diventare un incubo, un’ossessione. L’unico tuo pensiero. L’unica ragione per cui ti alzi al mattino. E poi arriva la sera e quella chiamata non arriva e non puoi fare altro che andare a dormire per non riuscire a prendere sonno.

Sono diventata un’esperta di erbe per cadere in braccio a Morfeo più o meno placidamente.

Il mio preferito è un mix tra melatonina, passiflora e melissa, accompagnate da una bella tazza di camomilla.

Più aspetti, però, più impari ad aspettare. È una legge di sopravvivenza. O perisci di ansia, o impari a galleggiare. Io avevo galleggiato, andando incontro alle cose che mi facevano bene. Tornare alle mie passioni più pure, smetterla di rincorrere obiettivi che non erano più i miei, e le cose, piano piano, avevano ricominciato a rinascere.

Io intanto ero cambiata, senza possibilità di ritorno. Il lavoro non mi avrebbe mai più riavuta come mi ero concessa prima. Ho imparato a dire no a proposte e contesti in cui non mi sentivo accolta. Non ho più accettato lavori in cui non mi sentivo gratificata o non mi riconoscevo. Ho smesso di tollerare stati ansiogeni spropositati rispetto al contesto- siamo in tv, non in una sala operatoria-. Facendo pulizia fuori e dentro di me, avevo trovato una mia forma di equilibrio.

“Io voglio dire, in tutta serietà, che la fede nella virtù del lavoro provoca grandi mali nel mondo moderno, e che la strada per la felicità e la prosperità si trova invece in una diminuzione del lavoro”

Lo scrive Bertrand Russell ne “L’elogio dell’ozio”. Un libro che ho scaricato sul Kindle prima di un lungo viaggio aereo, non ricordo dove.

Russell in questa raccolta di saggi, pubblicata la prima volta nel 1935, critica la società moderna e la sua dedizione verso la tecnica e il lavoro, a suo parere, causa di frustrazione e sofferenza per la società. Propone che si lavori solo quattro ore al giorno e il resto del tempo lo si dedichi all’ozio, inteso alla maniera classica del termine, ovvero arricchimento dello spirito, cultura, apertura mentale. Quei “saperi inutili”, come li avrebbe soprannominati, che non “servono” a produrre ma ad arricchire lo spirito.

“Una popolazione che lavori poco, per essere felice deve essere istruita e l’istruzione deve tener conto delle gioie dello spirito, oltre che dell’utilità diretta del sapere scientifico”

Noi eravamo una società impazzita, fagocitata dalle tecnologie, costantemente in angoscia. Si viveva per apparire, sempre perfetti, sempre indaffarati, sempre sorridenti anche se probabilmente infelici. Ci eravamo nel frattempo dimenticati tutto il resto.

Ora siamo qui chiusi nelle nostre case. È stata dichiarata dalla Oms lo stato di pandemia.

L’angoscia, quella vera, sta spazzando via tutto.

Il nostro ego, le nostre certezze, le nostre ambizioni.

Però. Abbiamo del tempo. Più tempo di quello di prima. Un tempo impensabile da giocarci come vogliamo. In molti lavorano da casa travolti da sessioni di video chiamate e riunioni su skype in cui uno si parla sull’altro e non si capisce dove si va a parare ma per lo meno si passa del tempo.

Quel tempo che invece vorremmo o dovremmo convogliare verso altro.

Quel tempo che fino a qualche settimana fa avremmo definito “perso”, ma che invece ora è nostro e dobbiamo solo capire cosa farcene.

Quel tempo che è diventato ozio e di cui non sappiamo più cosa farcene.

Trovare una stanza (o un angolo, una scrivania, una sedia di fronte alla finestra) tutta per noi se non viviamo soli

Aprire un libro

Guardare un film degli anni ‘60

Spegnere i notiziari

Staccarci da internet

Staccarci dai pensieri

Respirare

Autore: Marta Perego

Giornalista, lettrice, curiosa

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