Kronos e kairòs

L’equilibrio delle attese

Prima che arrivasse il Virus stavo scrivendo un romanzo.

Quando tutto mi era caduto addosso, Luca se n’era andato di casa ed elaboravo nuove strade per continuare il mio lavoro, mi sono detta “fai quello che hai sempre voluto fare”.

Avevo sette anni quando mia nonna nel giardino della nostra casa in Brianza mi chiese “cosa vuoi fare da grande”

Ricordo quella risposta come se fosse ieri. È strano come la nostra mente selezioni certi momenti dell’infanzia. Non ricordo il mio primo giorno di scuola, per esempio. O gli esami di quinta. Ma ricordo la mensa delle elementari e il senso profondo di perdita e tristezza quando se n’è andato mio nonno, mi rivedo bambina che percorro lo scivolo che porta nella sala urlante che odorava di minestrone. Mi ero detta “è un giorno come gli altri per tutti, tranne che per me”. La mia amica Barbara mi aveva preso la mano

 “Ma perché non piangi?”

“Perché sto pensando alle storie”. Anche se non era vero, anche se pensavo solo a mio nonno che non avrei mai più rivisto. Il suo naso grande, la voce calma, la sua passione per gli aperitivi al bar in centro, che non mi avrebbe lasciata mai. Volevo mostrarmi forte, volevo che quel dolore fosse solo mio.

Ero una bambina malinconica, solitaria e che si rifugiava nel suo mondo di fantasia non appena poteva. Giocavo con la mia ombra, scrivevo piéce teatrali che raccontavano di bambine coraggiose obbligando le mie compagne di classe a metterle in scena. Ridevo poco e parlavo ancora meno.

“Nonna voglio fare la scrittrice o qualcosa che abbia a che fare coi libri”

Non so per certo di aver usato in quel modo il congiuntivo, ma presupponiamo di sì.

Ho sempre voluto scrivere, come molte bambine sognavo di diventare Jo March con il gonnellone e la mano sporca di inchiostro, ma non ho mai saputo cosa.

Non era mai il momento giusto per sedermi su una sedia ed elaborare una trama. Ero troppo impegnata a prendere aerei, lavorare, inseguire amori.

Ad un certo punto mi ero rassegnata all’idea di non essere capace. “Non ho abbastanza fantasia” rispondeva Camilla Cederna quando le chiedevano “ma perché non scrive un romanzo?”.

Non avevo fantasia nemmeno io, mi dicevo, dimenticandomi che la fantasia va allenata.

Prima del virus avevo preso coraggio e avevo iniziato a scrivere trovando una forma di sollievo. La scrittura mi teneva concentrata, era come entrare in un Stargate che mi allontanava dai miei pensieri e dalla mia vita. Ora che ci penso, era la mia pausa.

Stavo scrivendo un romanzo su una ragazza di 35 anni che viene lasciata, non trova più soddisfazione nel suo lavoro e per tutta una serie di motivi si ritrova in montagna dove le succedono una serie di cose misteriose e divertenti.

Aveva un tono comico e allegro.

Quando l’emergenza ha travolto Milano a fine febbraio e hanno iniziato a chiudere bar e rallentare le nostre vite, mi ero detta “bene, avrò tempo per scrivere”.

A quell’epoca, che poi sono solo due settimane fa ma il senso del tempo è dilatato ormai, sembrava ancora tutto tranquillo. Avevamo l’impressione che presto la questione sarebbe rientrata, l’importante era mostrarci forti e capaci di affrontare e risolvere il problema il prima possibile.

“Del virus non ho paura, l’importante è non mollare, continuare a fare, produrre, esistere”

Non è stato così. Tutto è sprofondato velocemente, ad un ritmo che nessuno si sarebbe mai aspettato. Tutto all’improvviso è diventato fragile.

Ho provato a ributtarmi su quella storia ma non ne trovavo più il senso. Quelle risate, la spensieratezza, l’aria di montagna. Mi sembrava tutto lontano e irrecuperabile.

Mi sono arresa. Ancora una volta il mio sogno di bambina doveva aspettare.

“Te lo ricordi il kairòs?”

Mi scrive su whatsapp Maria, la mia amica filosofa.

Ci conosciamo relativamente da pochi anni, forse quattro, ma è tale il nostro grado di affiatamento che oggi una vita senza Maria non riuscirei nemmeno a immaginarmela.

Esistono quelle persone con cui si creano connessioni misteriose e straordinarie, le affinità elettive come diceva Goethe o, come interpreterebbero gli psicologi comportamentisti, possiamo dire di avere un quoziente di compatibilità molto alto. Sostanzialmente se ci sposassimo potremmo stare insieme tutta la vita quasi senza litigare.

Ci scriviamo tutti i giorni per tutto il giorno passando dal deprecare il comportamento dei maschi a commentare serie tv, mandarci GIF su Star Wars e Baby Yoda  o affrontare questioni globali come il cambiamento climatico.

Consiglio a tutti di avere un’amica filosofa perché è in grado ogni volta di ribaltare il tuo punto di vista. Offrirti uno spunto di ragionamento, mostrarti come la vita possa essere presa da migliaia di angoli che nemmeno eri in grado di immaginare.

Ma il suo vero superpotere è  la capacità di ascolto.

Maria ti ascolta, si immedesima e non dà mai un consiglio pensando ad un suo tornaconto personale.

Lei, insieme alla mia psicanalista e a Mrs Maisel, mi ha salvato la vita quando Luca se n’è andato di casa a ricercare se stesso.

Stava sveglia di notte per rispondere a miei messaggi disperati, mi ha aiutata a capire che la vita va avanti, qualunque cosa succeda.

Non me lo ricordavo il kairòs ad essere sincera. La parola mi suonava come qualcosa di conosciuto e che mi aveva affascinata ma le mie reminiscenze del liceo classico erano annebbiate.

“E’ il tempo opportuno”

Scarico dei libri, delle tesi universitarie. Rinfresco la memoria.

I greci avevano quattro termini per definire il concetto di tempo:

  • Kronos: il tempo logico e sequenziale
  • Kairos: il tempo nel mezzo
  • Aion: il tempo eterno
  • Eniautos: l’anno

Crono ce lo ricordiamo e conosciamo tutti. C’è un’opera straordinaria quanto angosciante e orrifica di Francisco Goya che rappresenta Crono (che per i romani sarà Saturno) che divora i suoi figli. Un’ opera oscura che fa parte delle “pitture nere” che l’artista realizzò sulle pareti di casa sua alla fine della sua vita. Crono era il Titano che regnava sul mondo, ma dato che gli venne predetto che uno dei suoi figli lo avrebbe detronizzato per sostituirsi a lui, decise di divorarli e nasconderli nel suo stomaco. Tra loro Zeus, che scatenerà la guerra che farà avverare la profezia, portandolo, al posto del padre, sulla vetta dell’Olimpo.

Se vogliamo leggere il mito interpretandolo, Crono è il tempo tiranno che ingurgita ciò che lui produce, ovvero gli attimi, che ci sono ma scompaiono in fretta. Goya quando dipinge ha 75 anni, è malato e dà sfogo nelle Pitture Nere alla sua anima e alle sue ossessioni. Non dipinge per il Re di Spagna, come ha fatto per tutta la vita, ma per se stesso, e, sebbene l’interpretazione non sia chiara (c’è chi vede una critica al Re di Spagna che manda i suoi figli a morire in guerra, chi invece un fatto personale, i figli di Goya erano tutti prematuramente scomparsi), lascia alla pittura uno dei suoi ultimi sfoghi. Il tempo passa e se ne va.

Kronos e kairòs, due modi per definire il tempo, ma nella storia del pensiero occidentale, solo il primo, la divinità più forte e più riconosciuta, è rimasto.

Ci sono psicologi che sostengono che il fatto che la società occidentale si sia dimenticata del significato del kairos, accogliendo solo quello di kronos, il tempo sequenziale, sia una delle maggiori ragioni delle nostre ansie.

Pensiamo solo al tempo che passa: al fatto che invecchieremo, all’essere in ritardo, al perdere tempo. Guardiamo le lancette che scorrono proiettandoci costantemente verso il futuro, agitandoci come il coniglio di Alice. Per noi il tempo è un passato che non c’è più, un futuro che non c’è ancora e un presente che sfugge. Lo diceva il mio professore di religione citando male Flaubert.

Il termine kairos ha radici antiche e appartiene alla tradizione poetico- tragica della Grecia arcaica, ovvero quel tempo in cui i greci ritenevano che le azioni degli umani erano da attribuirsi al volere degli dei (nell’Iliade e nell’Odissea, i personaggi non pensano né scelgono, ma operano per volere divino)

Kairos è il più giovane figlio di Zeus e personifica il “momento opportuno”.

Kairos è la grande occasione da celebrare, come fa il poeta Pindaro (avete presente i voli pindarici? Erano poesie scritte per celebrare le vittorie degli atleti negli agoni ad Atene) nei suoi “epinici”. Kairòs è il posto giusto in cui il poeta Esiodo mette, attraverso la poesia, le parole (il logos) per raccontare il mito nelle Teogonie.

“Il poeta, attraverso il poetare, ovvero attraverso la poiésis greca, struttura e mette al posto giusto (kairós) il lógos (verbo) grecamente esperito del mito: così il poeta Esiodo mise in versi, al posto che gli spettava, il mito fino ad allora oralmente tramandato” (Alessandro Botrè)

Poi arriva il VI secolo a.C. che segna l’inizio di quell’epoca che al liceo chiamiamo “Grecia classica”, quando nascono le polis, la democrazia  e la filosofia.

Gli uomini, grazie a Socrate, Platone e Aristotele, non vengono più concepiti come pupazzi maneggiati dal volere degli dei, ma esseri in grado di decidere, scegliere e soprattutto pensare. Non è più  un volere di Atena prendere per i capelli Achille per placare la sua ira di fronte ad Agamennone che non vuole lasciargli Briseide.

Gli uomini iniziano  a fare i conti con loro stessi, le loro pulsioni che contrastano i pensieri, le loro decisioni che non dipendono da altri che dalla loro mente.

Il termine kairòs assume nuove significati e diventa inscindibile dall’efficacia dell’azione umana, liberata dagli intenti divini.

Kairòs diventa così il tempo qualitativo. “Il tempo propizio da cogliere nella sua veloce instantaneità”.

È Aristotele nell’Etica Nicomachea a riflettere su questa parola, riprendendola dai poeti, ma  dandole un nuovo senso.

“Coloro che agiscono- scrive- devono tenere conto del kairos”

“Il bene (agathon), si dice kairos, in relazione al tempo”

Kairos è il tempo propizio che l’uomo può cogliere o mancare senza possibilità di appello.

Il momento opportuno in cui l’uomo, con la sua saggezza pratica, può decidere se agire o meno, ma se non lo fa è un’occasione mancata. Il bene diventa tale, se contestualizzato in un determinato frangente.

Kairos è l’occasione da cogliere ma non in quanto momento fortuito o fortunato. Il kairos è il tempo di per sé fatto da attimi ognuno dei quali può essere quello propizio se siamo capaci di agire.

Kairòs, il tempo giusto. Il presente propizio che va colto ed identificato.

Ogni attimo può essere propizio, se ne sai approfittare. Se ne riconosci le potenzialità.

Ma le parole mutano i loro significati del tempo, si trasformano e assumono nuovi connotati. A seconda del presente (degli attimi e dunque del kairos) in cui vengono usate.

Già a partire dal IV secolo, il concetto di kairòs è andato ad associarsi sempre di più a  quello che riconosciamo come “carpe diem”, cogliere l’attimo. Il momento giusto che la fortuna porta ma poi scappa via, come il ragazzino raffigurato da Lisippo nel IV secolo con i calzari con le ali. Come le poesie di Walt Whitman declamate in piedi sulla cattedra da Robin Williams.

Nel III secolo a.C., in un periodo storico più incerto e meno luminoso della grecia classica, Kairòs diventa il modo di scorgere l’opportunità quando tutto cade, una via per la rinascita quando tutto deflagra.

Nella cultura latina kairòs viene tradotto con “occasio”, occasione. Nel Nuovo testamento, viene usato dall’evangelista Matteo come il “tempo di Dio”.

Guardo le fragole accanto al mio pc e penso al mio professore di greco del liceo, che amava farsi le lampade quasi quanto Demostene, al tempo, al kairos, al susseguirsi di attimi, alle opportunità che si creano anche nelle crisi.

La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato

Diceva Albert Einstein in una frase che leggo tra i post di instagram.

Ho vissuto per troppo tempo aspettandomi l’attimo fuggente, quando in realtà quello di cui avevo bisogno era imparare ad apprezzare i singoli momenti che mi si piazzavano davanti.

Avevo sprecato troppe ore a programmare e immaginare il futuro, perdendomi il resto.

Quando sarò grande

Quando avrò tempo

Quando andremo in vacanza

Quando ci sposeremo

Quando guadagnerò di più

Quando mi dimostrerai che mi ami

E intanto il presente passava senza che nessuno se ne accorgesse. Facendo un viaggio e pensando a quello successivo, guardando una serie tv sul divano programmando gli impegni del giorno dopo.

Quando se n’è andato di casa Luca ha rotto un patto.

“Dovevi pensarci prima” gli ho detto tra le lacrime tante volte “avevamo un progetto”.

Non so da chi avevo imparato che una relazione matura lo è tanto quanto le due persone sono in grado di proiettarsi nel futuro insieme.

Ma dimentichiamo troppo spesso che il futuro non esiste, se non nella nostra immaginazione.

Ci hanno indotto a proiettare le nostre vite  su lunghe linee rette in cui si può solo andare avanti, rincorsi da Crono. E così anche quando si è in coppia.

“Per stare insieme bisogna imparare a costruire”. E compriamo case, facciamo mutui, organizziamo matrimoni, prenotiamo vacanze e facciamo figli. Apriamo conti in banca, impariamo a risparmiare, organizziamo giornate e weekend, ma non ci rendiamo conto della cosa più importante: il valore di ogni momento presente.

Ogni momento può essere il nostro kairòs.

Ogni momento può essere propizio e opportuno, se sappiamo affondarlo e viverlo.

Anche questa attesa.

Guardo il mio cactus, batto le dita sui tasti  e ascolto gli uccellini che si posano sulla mia pianta di nocciolo. La primavera arriva comunque, nonostante tutto.

“Ho scaricato due manuali di greco”

Scrivo a Maria

“Eh sì, hai ragione, come sempre. Cerchiamo il kairòs”

La domanda che mi faccio ora è: come posso rendere questo momento propizio? Come si può trasformare una situazione che ti coglie cadendoti addosso come un macigno, di cui non si capiscono i contorni, non si afferrano le tempistiche, che spaventa, preoccupa, non ti fa dormire, in qualcosa di “propizio”?

Forse sprofondando nell’attesa, cercando di capire il suo senso, sfruttando l’immobilità e il silenzio imposti per costringermi a non scappare dal pensiero.

Non so dove arriverà questo libro. Non so se lo finirò mai né se avrà una forma. Per ora è un regalo a me stessa, per tutte le volte che dovrò ancora vivere gli equilibri delle attese.

Autore: Marta Perego

Giornalista, lettrice, curiosa

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