Cambiamenti di stato e nuove prospettive

Cambiamento di stato

“E quel che resta infatti da riferire prima di giungere al culmine della peste, mentre il flagello radunava le forze per scagliarle sulla città e impadronirsene una volta per tutte, sono i lunghi sforzi disperati e monotoni che alcuni individui, come Rambert, facevano ancora per ritrovare la felicità e sottrarre alla peste quella parte di se stessi che strenuamente difendevano. Era il loro modo di rifiutare l’asservimento che li minacciava e benchè all’apparenza quel rifiuto non fosse efficace” La peste- Albert Camus-

Al quindicesimo giorno è chiaro il cambiamento di stato.

Come quando studiavamo chimica al liceo. Stato solido-gassoso- liquido.

Fino a qualche giorno fa eravamo nello stato dell’attesa, una sospensione che però eravamo certi che ci avrebbe ributtato le nostre vite esattamente nello stato in cui eravamo prima.

Come quando schiacci “pausa” sul telecomando. Prepari una tisana, fai pipì e poi la serie tv riparte esattamente dal punto in cui l’avevamo lasciata.

Ci siamo lanciati in attività casalinghe con voracità ed entusiasmo. Abbiamo fatto torte (tutti tranne me..), steso la pasta della pizza (tutti tranne me), fatto sport (quello l’ho fatto anche io), abbiamo cercato di difendere, come i personaggi de La peste, quella parte di noi stessi che non volevamo in nessun modo lasciar andar via.

Intanto però le emozioni ci attraversavano: preoccupazione, ansia, paura.

Abbiamo visto le immagini scioccanti delle camionette militari che portavano fuori le salme da Bergamo. Abbiamo ascoltato le opinioni di cento virologi, duecento medici, opinionisti, giornalisti.

Ma i confini del problema ci sono sembrati sempre troppo confusi per essere compresi fino in fondo.

Siamo rimasti schiacciati dai numeri: contagiati, morti. Nessuno da peso ai guariti.

Abbiamo iniziato ad essere toccati da episodi vicini: l’amico dello zio, il vicino di casa, il padre di un mio amico del liceo.

“Aveva 65 anni. Stava bene. Faceva sport”

Mi dice mia madre al telefono. Lei di anni ne ha 62, come mio padre.

L’ansia assume uno stato solido quando il problema diventa qualcosa di estremamente vicino. Non è più un’idea, una notizia al telegiornale, ma un fatto.

Anche per mia madre, che ha sempre trovato nelle soluzioni pratiche il rimedio per l’angoscia.

Fare, mai lasciarsi andare. Igienizzare casa tutti i giorni, imparare a farsi le mascherine nel forno seguendo un tutorial su youtube. Chiudere mio padre nel suo studio “per fortuna deve lavorare”.

“Non è possibile dissolvere i timori sulle cose che per noi sono più importanti ignorando cosa sia la natura dell’universo e vivendo in sospettoso timore per i miti”

Scriveva Epicuro per cui le paure derivano dall’ignoranza.

La non conoscenza porta alla paura.

Noi siamo spaventati perché non capiamo fino in fondo cosa sta succedendo.

Sentiamo le notizie, leggiamo i titoli dei quotidiani. È un’emergenza sanitaria, sì. Ma  rimangono punti oscuri, confini labili, zone di non senso. E se chi si occupa di malattie e virologia non sa darci risposte, figurati cosa ne sappiamo noi, rinchiusi nelle nostre case.

22 Marzo 2020. Ho dovuto controllare sul cellulare, non ricordavo più la data di oggi.

È il giorno in cui in  Italia è stato chiuso tutto, anche le attività produttive, tutti gli uffici e gli studi professionali. Non ci possiamo più muovere se non per “motivi di comprovata necessità”.

Siamo immobili, ignoriamo il futuro e siamo travolti da un presente inaspettato.

Tutto è cambiato in un mese.

“Sono rimasta sopraffatta”

Dico alla mia psicanalista che mi incalza sui motivi delle mie paure

“Con me deve essere sincera, non è la versione di Marta che ce la fa, ma è Marta che prende consapevolezza delle sue paure”

Mi è venuta quella parola: sopraffatta. Dagli eventi, dalle emozioni, dalla situazione globale, dalla solitudine.

La sera che ho visto le immagini di Bergamo ho pianto.

Ho pianto per la città, per quegli esseri umani e le loro famiglie, per quello che ci sta succedendo e travolgendo. Ho pianto per me perché in quel momento non avrei voluto delle chiamate via skype, ma un abbraccio reale.

Qualcuno che stringendomi mi dicesse “Io ci sono, non sei sola”. Un silenzio condiviso.

“Sa a cosa dovrebbe pensare… ad Anna Frank e Nelson Mandela. Noi in questo momento siamo loro, con la differenza che non siamo in una cella, nel caso di Mandela, e non ci sono le SS pronte a spedirci in un campo di concentramento. Ma in questo momento siamo loro e non siamo sospesi, stiamo vivendo questo momento. Questo è il nostro presente”

E mi rendo conto che stavo sbagliando tutto. Quello che stiamo vivendo non è un momento di attesa, una sospensione.

Ma è la nostra vita.

La mia vita, il mio momento presente.

Chi sono io adesso?

Sono una donna di 35 anni che ha voglia di leggere libri di filosofia e psicoterapia. Che non vuole più immergersi nelle storie degli altri, forse perché si sente di vivere in un tale romanzo distopico che ha bisogno di una forma di realtà. Di punti di riferimento, spunti di riflessione.

Epicuro sviluppa la sua filosofia in un momento di crisi. È il IV secolo avanti Cristo. Lo splendore della Grecia classica è crollato, Filippo il Macedone ha conquistato la Grecia ed Alessandro Magno eredita e allarga il suo Impero.

La gente ha paura. Per la filosofia non è più il tempo delle dissertazioni ontologiche, ma di offrire aiuto e riparo alle persone.

“Vana è la parola di un filosofo, se non allevia qualche sofferenza umana”

Epicuro arriva da Samo e ad Atene e fonda la sua scuola in un Giardino, il luogo dove incontrarsi con gli amici, filosofare e, ripete spesso, ridere. Una scuola che si basa sulla conoscenza della natura, per sconfiggere le paure, e sulla ricerca della felicità.

La sua è una filosofia per tutti, perché tutti possono accedere alla filosofia, non come sosteneva Platone, una conoscenza esclusiva dei migliori, gli aristoi, gli aristocratici.

“se siamo felici abbiamo tutto ciò che ci occorre” diceva, e la felicità è per tutti.

E dove sta la felicità?

La felicità è nel piacere, ma non come abbiamo inteso poi, sbagliando, l’edonismo fine a stesso, gli eccessi, il culto del bello.

Il piacere per Epicuro è qualcosa che è molto più simile a quello che chiameremmo “essenziale”.

Ognuno di noi deve fare i conti con le cose che gli fanno bene e quelle che gli fanno male e ricercare le prime. Lui suggerisce, ma non obbliga – non è una religione, non ha dogmi, ognuno può prendere le misure sulle cose in relazione a se stesso-, ad una vita quanto più frugale possibile, perché di meno cose hai bisogno, più puoi raggiungere la felicità e allontanarti dalle inquietudini.

Il piacere è il bene completo e perfetto, ma non si tratta del piacere dei dissoluti; il piacere è invece “non avere dolore nel corpo né turbamento nell’animo”. La vita felice è il risultato di un “sobrio calcolo”. E’ per questo che, in chiusura della lettera- a Meneceo- Epicuro fa un elogio della prudenza, considerato il fondamento di tutte le virtù (laddove per virtù è da intendersi l’insieme dei comportamenti abituali capaci di darci stabilmente la felicità). La prudenza è infatti l’abitudine a contenere i desideri, e a valutare con cura le conseguenze delle nostre scelte, prevedendo un ampio margine di sicurezza, per evitare che da un bene abbia a derivare un male. In una sentenza Epicuro afferma: “Per ognuno dei desideri va posta questa domanda: che cosa mi accadrà se si realizza il mio desiderio, e che cosa se non si realizza ?”

E c’è una cosa ancora più interessante che dice Epicuro che in questi momenti dovrebbe farci riflettere…

“Il futuro non è interamente nelle nostre mani”

Ma in parte lo è. E invita a lasciare andare ciò che noi non possiamo controllare, mentre a focalizzarci su quello su cui possiamo avere il controllo.

Non possiamo prevedere gli sviluppi del contagio del Covid19. Non possiamo sapere per quanto tempo il mondo rimarrà chiuso in questa bolla. Non sappiamo quando riprenderemo ad uscire di casa, lavorare e viaggiare.

Però possiamo fare una cosa. Concentrarci su di noi e sui nostri desideri.

Nelson Mandela per 27 anni di carcere ogni giorno corre sul posto e poi studia e scrive e non smette di credere nelle sue idee.

Anna Frank conserva le sue momorie di ragazzina che saranno così preziose per tutti i ragazzini che verranno dopo di lei.

Noi siamo qui e abbiamo paura.

Paura della malattia

Paura del contagio

Paura per i nostri cari

Paura per noi

Paura per il nostro lavoro

Paura di poter pagare il mutuo

Paura di non farcela

Provo a fermarmi. Allontanare le paure. Concentrarmi su di me.

Cosa mi fa bene ora?

Scrivere

Cosa mi tiene lontana dalle inquietudini?

Sentire i miei amici e i miei genitori

Cosa mi fa sentire migliore?

Studiare e ripassare cose dimenticate.

Ecco. Questo è il mio nuovo stato nel presente. Forse non c’è una definizione per raccontarlo, ma esiste e sono io. Ora. Nel contagio.

Autore: Marta Perego

Giornalista, lettrice, curiosa

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